Negli ultimi 11 anni la spesa mensile media per ogni famiglia ha fatto registrare un “taglio” di 131 euro nel Mezzogiorno, 78 euro nel Nord e 31 euro nel Centro Italia. I consumi delle famiglie valgono il 60% del Prodotto Interno Lordo. A confermarlo è l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre.
La crisi delle famiglie tira dietro di sé anche e soprattutto il commercio di vicinato e le botteghe artigiane, che vivono quasi esclusivamente dei consumi familiari. Nell’ultimo decennio il Mezzogiorno perde 55.364 imprese artigiane (-14,8%), a fronte del -11,3% del Nord e del Centro.
Così anche il raffronto tra Nord e Sud per la presenza di artigiani e piccoli negozianti, vede soccombere quest’ultimo territorio. La crisi economica (crescita zero) divora occupati ed il peso fiscale blocca la nascita di nuove imprese. L’effetto combinato dei due fattori fa registrare un aumento della disoccupazione ed il dualismo tra aree del paese si allarga sempre di più.
L’ultimo Documento economico e finanziario (Def) presentato dal Governo non indica una direzione di marcia diversa dal passato nei confronti del Mezzogiorno. Si è detto che entro la fine dell’anno l’esecutivo vorrebbe presentare un “Piano per il Sud”. Quindi, inertizzato l’aumento dell’IVA, che avrebbe danneggiato il Sud più di ogni altra parte del paese, le Regioni meridionali si vedono ancora scippate della destinazione del 34% della spesa ordinaria sui propri territori.
Trovarsi “fuori” dalle attenzioni della legge finanziaria e rimandare a momenti successivi il riequilibrio tra Nord e Sud preteso dal legislatore, non promette nulla di buono. Staremo a vedere.
In questo contesto ilparadigma della subalternità” che vedrebbe il Sud dipendere dalla crescita del Nord è duro a morire. Non ci si vuole convincere che è vero esattamente il contrario. Provare a sovvertire questo “pensiero unico” è la maggiore prova a cui è chiamato il Mezzogiorno, la sveglia è suonata da un bel pezzo ma le coscienze della comunità meridionale sembrano ancora dormienti. Questa volta ulteriori ritardi metterebbero in discussione la propria sopravvivenza, non più la sudditanza.
Il “dimagrimento” forzoso dei consumi delle famiglie del Mezzogiorno, per una infinitesima parte, è stato arginato dal reddito di cittadinanza, un istituto attaccato da Confindustria, da Il Sole 24 ore, dall’Espresso e da quasi tutti gli analisti economici. Un attacco “da destra” si direbbe nel linguaggio politico.
Piuttosto che ampliarlo, correggerlo in positivo e gratificarlo con ulteriori economie (e soprattutto controllare rigidamente i beneficiari), lo si “smonta” con l’analisi che questo strumento socio-inclusivo non creerebbe lavoro.
Il reddito di cittadinanza nasce, in tutto Europa, come strumento di sostegno economico per persone in difficoltà, ovvero per chi è tagliato fuori dal mondo del lavoro, non è esso stesso un “generatore” di lavoro.
In Germania chi sottoscrive il Social Security agreement ha un assegno mensile per gli alimenti, per sostenere le spese di fitto, per la scuola e l’assistenza sociale, per il riscaldamento, per i disabili. E bisogna seguire specifici programmi di formazione per il reinserimento lavorativo, al termine dei quali spetta poi allo Stato l’onere di indicare una proposta di lavoro per fuoriuscire dalla disoccupazione. Così come in Danimarca, Francia, Belgio, Olanda. In Inghilterra l’Incom Support prevede che ogni due settimane l’assistito si rechi in un Jobcenter per incrociare eventuali offerte di lavoro.
Questa misura in Italia sconta un limite: si inserisce in un mercato del lavoro bloccato, specialmente al Sud. Quindi diventa più complessa la seconda e definitiva fase prevista dal reddito di cittadinanza, ovvero il reinserimento al lavoro.
Per questo l’intervento pubblico è fondamentale; come si fa a non capire che la condizione per favorire l’ampliamento della domanda interna e la crescita dei consumi delle famiglie va avanzata dallo Stato? Come può una parte del paese (Nord) farsi carico degli squilibri con l’altra parte del territorio (Sud), senza che prevalgano egoismi, in assenza di un arbitro, di un moderatore di interessi, di un equilibratore territoriale?
Il “decisore politico” poteva fare un’altra scelta che non ha voluto in questa finanziaria, nella direzione di un allargamento dei consumi domestici: l’assegno unico per la famiglia.
Il riordino delle misure per accompagnare minori e nuovi nati, attraverso servizi all’infanzia come voucher asilo, percorsi di sviluppo cognitivo, oltre a nuove prestazioni valoriali che agiscano sull’adolescenza, avrebbe dato un respiro economico a quei nuclei familiari incapienti, ovvero al di sotto della no tax area. Quindi rimane ancora irrisolto il nodo dell’aiuto alla famiglia attraverso trasferimenti monetari.
Questo non succede e il debito pubblico continua a aumentare, allora per chi aumenta se il Sud nemmeno ne beneficia, se non per qualche briciola?
Sotto attacco non deve esserci, quindi, il reddito di cittadinanza, una misura di sostegno al reddito che consente di comprare generi di largo e generale consumo, di pagare le utenze domestiche, di ampliare la base di quei servizi necessari e indispensabili, quindi, un elemento in grado di allargare proprio la spesa delle famiglie che è sotto attacco negli ultimi decenni.
Ma l’austerità governata dall’Ue che deprime i tanti Sud d’Europa, che mette in discussione la crescita e lo sviluppo di interi popoli in difficoltà, che continua a schiacciare le aree deboli, non favorendo un’economia circolare e la solidarietà tra luoghi e territori.
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