< In-dico con l’in-dice un oggetto o, meglio, l’immagine di un oggetto o di un essere vivente, e lo nomino, lo dico, con una parola. Cos nasce, storicamente, il linguaggio. Ma, prima del linguaggio, nasce l’immagine, ci l’eidos= l’idea (dalla radice id=vedo).
La storia delle parole è la storia dei nostri pensieri, e, per comprendere bene che cosa pensiamo, ne studiamo la radice, l’etimo, l’etimologia. La parola d  all’immagine un significato più definito, più ristretto. Ma l’immagine ha una sua validit  anche senza la parola. Ha in s una forza maggiore, si presta più facilmente ai simboli e può rendere anche alla parola, quella scritta, un valore simbolico. E’ questo, mi pare, che fa Luigi Auriemma nelle opere ora in mostra al Museo Archeologico di Napoli. Vi ritroviamo, infatti, parole scritte, o scritti di parole, che, cos sparse, sono prive di significato. Si cerca, allora, di metterle insieme, cercandone il nesso. Ma io non ci sono riuscita.
Chiedo allora aiuto allo stesso artista, Luigi Auriemma, un napoletano gentile con un pizzetto mefistofelico, che mi dice che delle parole non cerca l’etimo. Per lui le parole hanno un valore diverso ognuna di esse gli ricorda una poesia, un detto, gli evoca una sensazione. Peccato che non a tutti può accadere questo. Gli suggerisco che forse potrebbe ottenere questo risultato facendo pronunciare queste parole da un bravo e spiritoso attore. Poi Auriemma mi svela il mistero almeno di quelle parole scritte che sono nell’opera al centro della sala, tra altre due.
Quest’opera centrale, di ferro, specchio e acrilico, ha una strana forma, come di una piramide volutamente scombinata, che lo specchio in basso rende ancora più complessa. Queste parole- mi spiega Auriemma- sono quelle dei frammenti, i due unici frammenti superstiti, del Canone di Policleto, la legge per la quale la statua di un uomo doveva avere determinate proporzioni. Ricomposte, queste parole recitano “la bellezza nasce dall’esatta proporzione non degli elementi ma di tutte le parti tra loro”e, in un altro frammento “il risultato dipende da una piccolezza decisiva in mezzo ai rapporti di proporzione”. In questo modo, si evince il valore simbolico della mostra la rottura del Canone, sia attraverso la casuale disposizione delle parole, sia attraverso la rottura della piramide, che, cos sconciata, suggerisce una diversa, nuova armonia. Quindi quest’opera ha un importante significato, anche considerando che la piramide è la figura geometrica alla base del classicismo e della classica prospettiva toscana.

In una delle due altre opere in mostra è rappresentata la bella, classica figura del Doriforo di Policleto.
Che è in relazione simbolica con l’opera che gli sta di fronte, intitolata Diogene. Diogene è il filosofo che cercava l’uomo. E l’uomo è l , di fronte a lui, ma non riesce a riconoscerlo. In effetti Diogene non riconosce neanche se stesso. La parola che indica il suo nome è scissa in tre parti. Di, di Dio, O, di Origine e G, di Genetica.

Sono giochi di parole? sono scherzi soltanto? Forse no.
Fatto sta che, quando esco dalla sala di “Di.O.GENE” e mi incammino nell’atrio dell’uscita, quelle statue romane che vi sono in mostra e sono tutte obbedienti alla stessa legge, hanno un’identica proporzione e pure lo stesso ritmo, quello chiastico policleteo, non mi piacciono più tanto.

“D_I_O_GENE”
a cura di Marco De Gemmis e Patrizia Di Maggi

Museo archeologico nazionale di Napoli
Fino al 15 maggio

Per saperne di più

cir.campania.beniculturali.it/museoarcheologiconazionale

Nella foto, due opere in mostra