Qui sopra, Barbara Pierro. In alto, uno scorcio di Napoli (Foto di Orna Wachman da Pixabay )

5 domande per Napoli“. Proseguiamo con la nostra rubrica di approfondimento politico. Obiettivo: determinare un quadro di idee, analisi, contributi, dubbi, proposte, di autorevoli commentatori in uno spirito di coraggio, umiltà e compartecipazione, a servizio della città a venire. Ne parliamo con Barbara Pierro, avvocata, fondatrice dell’associazione “Chi rom e…chi no”.
Napoli è tra più fuochi: un avamposto contro l’autonomia differenziata avanzata dalle Regioni del Nord, una città alla ricerca di un’identità perduta tra le tante “anime” del Mezzogiorno ed un capoluogo che non accetta fino in fondo la sfida nell’ambito dei paesi del Mediterraneo. Avere un’idea di città significa avere un’idea di futuro. Quale la tua?
«Penso che, tutto parta molto prima della revisione federalista del titolo V della Costituzione del 2001, varata tra l’altro in modo capestro dal governo di centrosinistra nel goffo tentativo di prevenire le mire indipendentiste dell’allora leader della Lega. Ha a che fare con il dominio capitalista e di separatismo culturale proprio delle forze politiche nazionali (ed europee) e peculiari delle regioni dominanti nel nostro Paese, convinte come sottolineato da un governatore di una regione del nord di recente, che chi non risponde agli standard di produzione e redditività non sia utile al Paese, che secondo uno degli slogan in voga a Milano, ai tempi del covid, “non si ferma neanche davanti alla pandemia”. La risposta a questa stortura non può più stare soltanto nel richiamo ai principi di tradizione umanistica o di efficienza sussidiaria, quanto piuttosto in una programmatica azione politica e culturale capeggiata proprio da quelle regioni e quelle città come la nostra, fautrici di un protagonismo politico rivolto al cambiamento auspicato, ma di fatto mai realizzato e perseguito in maniera strutturale. La sfida di farsi e essere antidoto all’ideologia nordica separatista e a quella che accomuna molti Stati europei che fondano la loro forza sui concetti di supremazia e dominio, può essere accolta nella misura in cui la città di Napoli riuscirà a lavorare in modo realisticamente concertato e partecipato alla costruzione di una visione e di una pratica culturale, di welfare e di sviluppo in grado di diventare “governo” di un paese, di una città. Bisogna esser capaci di creare connessioni, alleanze, di valorizzare saperi e talenti, di abitare la complessità, recuperando il senso e il meglio della tradizione mediterranea -tradizione polifonica, multiculturale e plurireligiosa- all’interno di una struttura di gestione partecipata che partendo dal patrimonio culturale, artistico e sociale della sua città reinventi la gestione della res pubblica».
L’esigenza di una piattaforma programmatica propositiva, di medio-lungo periodo, non necessariamente in contrapposizione alle città del Nord, è più che una necessità per Napoli e per il Sud. Questa scelta impone un dialogo pressante con i governi, qualsiasi essi siano, per un capoluogo che conti e non solo racconti. Il dialogo istituzionale è positivo sempre e comunque oppure deve passare prima per una rottura traumatica, viste le tante “sottrazioni” a cui gli esecutivi nazionali ci hanno tristemente abituati?
«Secondo quanto ben esprime Hannah Arendt, in The human condition (1958), tr. it. Vita activa: La vita attiva è caratterizzata da tre diverse tipologie di attività, corrispondenti ognuna a una condizione di base in cui la vita sulla Terra è stata data agli umani: lavorare, operare e agire. L’azione e il discorso sono fondativi dello spazio delle relazioni umane in quanto “agendo e parlando gli uomini mostrano chi sono, rivelano attivamente l’unicità della loro identità personale, e fanno così la loro apparizione nel mondo umano”. Sono profondamente convinta che la parola, insieme alla comunicazione espressa dai corpi in movimento che attraversano spazi, mari e città, siano strumenti imprescindibili del nostro farci umani e esser comunità politica oltre che sociale, ma oggi più che mai dobbiamo essere in grado di scegliere tra quelle forme di dialogo che vanno preservate, coltivate, alimentate e quale diametralmente vadano con un atto di coraggio e radicalità recise. E’ tempo di dialoghi autentici, di ascolti partecipati e empatici, con quei pezzi di società e mondo che confliggono con gli ordini politici ed economici dominanti perché esprimono forme di dissenso rispetto alla gestione delle risorse, del lavoro, dello sfruttamento del territorio, alle diverse forme di corruzione e delle forme di sedazione delle proteste. Queste comunità resilienti, movimenti o singole espressioni rappresentano un’occasione irrinunciabile per riuscire a comprendere quei meccanismi economici, di potere e sopraffazione che generano fenomeni di esclusione, sfruttamento, povertà e guerra. Si tratta di mettere in campo una rottura come quelle forme di dialogo istituzionale funzionali a mantenere in piedi il sistema che tutti oggi riconosciamo come fallimentare e creare un sistema di rigenerazione politica a induzione che si alimenta di quel dissenso per costruire giustizia e sviluppo senza esclusioni».
Le categorie sociali e economiche di Napoli molto spesso disegnano “separatamente” il destino dei cittadini, ognuno con la presunzione della conoscenza che diventa verità assoluta e non riproducibile da tutti gli altri. Il dialogo, la sintesi, una comunità di interessi, tra i soggetti sociali della nostra città sono possibili o ci dobbiamo rassegnare per sempre?
«Credo che la rassegnazione sia sintomo di sconfitta e di estraniamento e vada pertanto ben ponderata ed evitata, parimenti condivido la percezione di una città in cerca d’autore, in cui l’auto referenzialità rappresenta l’elemento costitutivo di un’identità diffusa abbastanza superficiale e antigena. Non si tratta soltanto di decidere da che parte stare e chiamarsi fuori da certe dinamiche per sentirsi tra i salvati ben distinti dai sommersi, ma piuttosto operare uno sforzo generativo intellettivo e culturalmente orientato nella direzione di guardare ad una collettività di interessi e bisogni piuttosto che al proprio piccolo e circoscritto ben-essere. Banalmente basterebbe leggere la storia di questa città per raccogliere le miserie prodotte da questo atteggiamento classista, di interessi parcellizzati e auto escludenti. Chi ha più da perdere…come sempre sarà più resistente al cambiamento, ma se la necessità di questo cambio di paradigma fosse coscienza dei movimenti e delle categorie più schiacciate allora la via sarebbe maggiormente percorribile. Umiltà, linguaggi semplici e diretti, posizioni osmotiche, maggiore coesione sociale, ricomposizione della frammentazione, come in una ricetta potrebbero rappresentare gli ingredienti necessari».
Dopo il Covid è cambiato il mondo e le città non potranno restare a guardare. Secondo te, Napoli in quale miglior modo può reagire, quale terreno deve principalmente recuperare per non “perdersi” definitivamente?
«La crisi pandemica ha acutizzato degli elementi di fragilità e malessere importanti e preesistenti, tra questi il lavoro sommerso, la questione educativa, le tante fragilità sociali, la sanità, gli annessi e connessi al sistema di mobilità, l’isolamento, gli spazi e la questione della vivibilità nella città metropolitana soprattutto questo per i piccoli e i giovani. Ha però fatto emergere anche la costruzione di reti operative e di confronto su diverse tematiche e urgenze, reti abbastanza inedite nelle loro composizioni soggettive, che pur nelle specifiche differenze e autonomie, hanno saputo nelle comunanze trovare la loro forza e necessita dello stare insieme. Anteporre gli obiettivi comuni al personalismo di singole fazioni, coltivare il mutualismo delle reti trasversali, far crescere le riflessioni aperte in questo momento di crisi rispetto alla sanità, al lavoro e all’istruzione intesa quale sistema culturale, credo siano gli assi sui cui puntare non costruire cappelliere, quanto piuttosto riuscire in uno sforzo comune per reinventarsi una città a misura dei suoi abitanti a partire dai più piccoli e dei più fragili».
La partecipazione è un elemento di valore e dovrebbe riguardare la politica, ma anche e soprattutto l’ambito sociale e culturale, ma troppo spesso evoca scenari senza sporcarsi le mani. Napoli ha bisogno di un orizzonte ma anche di certezze amministrative e comportamentali. Al futuro ci si arriva con atti concreti, costanti e duraturi. Da dove si comincia per allargare la base democratica in città?   
»Secondo gli insegnamenti della Grecia antica, le attività necessarie nella vita pubblica erano l’azione e il discorso. Quanto fosse importante il discorso è detto dalla definizione di Aristotele di persona umana quale unico animale dotato di parola inserito all’interno della concezione di fare politica nella quale la felicità poteva essere raggiunta solamente attraverso la partecipazione dell’uomo alla vita associativa, che era appunto quella dello Stato. Favorire la partecipazione democratica presuppone l’esistenza di un sistema in grado di garantire possibilità concrete di accesso al sapere, di fruizione dei servizi di prossimità, di contesti di cura e di accoglienza di spazi di parola e di ascolto, di prassi realmente includenti, che favoriscono la crescita comune e la reciproca corresponsabilità rispetto al bene comune. Partecipare consapevolmente, significa dal punto di vista politico anche, assumersi la responsabilità di favorire la costruzione di contesti di ricerca-azione in grado di facilitare nell’altro l’assunzione della responsabilità del proprio e collettivo ben-essere. Si tratti di frammenti di un disegno complesso di sviluppo e cambiamento in cui l’azione sociale, la partecipazione e l’azione della politica nella polis devono saper costruire linguaggi comuni di convivenza, non strumentali a assecondare gli uni i bisogni dell’altra, piuttosto a costruire un welfare di comunità, in cui questa sia davvero protagonista». 
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