Dopo il “viaggio” sull’autonomia differenziata (che continuerà) con lo stesso autore al volante si cambia marcia e da oggi si parte con una nuova rubrica dal titolo “5 domande per Napoli”. Dal portale ilmondodisuk si vuole stimolare un dibattito sulle elezioni amministrative del prossimo anno a Napoli.

Qui sopra, Pietro Spirito. In alto, Napoli in uno scatto di Orna Wachman da Pixabay 


Il cammino inizia con 5 domande uguali per tutti che verranno proposte ad ogni interlocutore, nella libera autonomia di risposta.
Il fine vuole essere, a distanza di tempo, quello di determinare un quadro di idee, analisi, contributi, dubbi, proposte, di autorevoli commentatori in uno spirito di coraggio, umiltà e compartecipazione, a servizio della città a venire.
Partiamo con Pietro Spirito, primo Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale.
Napoli è tra più fuochi: un avamposto contro l’autonomia differenziata avanzata dalle Regioni del Nord, una città alla ricerca di un’identità perduta tra le tante “anime” del Mezzogiorno e un capoluogo che non accetta fino in fondo la sfida nell’ambito dei paesi del Mediterraneo. Avere un’idea di città significa avere un’idea di futuro. Quale la tua?
Per identificare una propria dimensione strategica in chiave di futuro, Napoli deve entrare in sintonia con le sfide del nostro tempo. Questo percorso implica investire sulle priorità che possono fare la differenza: connettività, cultura, manifattura. Cominciamo dalla connettività: essere in rete vuol dire dare respiro e prospettiva alla intera comunità cittadina. Da questo punto di vista i nodi infrastrutturali sono la chiave di volta attorno alla quale rafforzare i servizi di connettività. Porto, aeroporto, stazioni ferroviarie costituiscono l’ossatura attorno alla quale ripensare la dimensione metropolitana. Passiamo poi alla dimensione culturale, un giacimento vero e proprio di ricchezza potenziale che deve essere valorizzato puntando innanzitutto sulla riduzione del grado di dispersione che oggi depotenzia la produzione di valore aggiunto. Infine, non possiamo non reinvestire sul rilancio manifatturiero, con una industria in sintonia con le caratteristiche del nostro tempo, basata sulla innovazione. Nel triangolo tra connettività, cultura e manifattura possiamo costruire una identità strategica di futuro per la città metropolitana di Napoli.
L’esigenza di una piattaforma programmatica propositiva, di medio-lungo periodo, non necessariamente in contrapposizione alle città del Nord, è più che una necessità per Napoli e per il Sud. Questa scelta impone un dialogo pressante con i Governi, qualsiasi essi siano, per un capoluogo che conti e non solo racconti. Il dialogo istituzionale è positivo sempre e comunque oppure deve passare prima per una rottura traumatica, viste le tante “sottrazioni” a cui gli esecutivi nazionali ci hanno tristemente abituati?
Innanzitutto, serve aver consapevolezza che occorre un disegno di medio-lungo termine. E non sempre questo accade. Negli ultimi decenni l’economia, la società e le istituzioni si sono schiacciate su una prospettiva di corto raggio, destinata inevitabilmente a non determinare risultati positivi. La condivisione tra le istituzioni ai diversi livelli territoriali di una piattaforma programmatica coerente e stabile diventa ora una esigenza improcrastinabile. Esistono linee di intervento che devono essere patrimonio comune perché richiedono un arco temporale di attuazione in un orizzonte di medio-lungo termine, senza ripensamenti che poi determinano il blocco delle azioni. La discontinuità rappresentata dalla pandemia segnala l’esigenza di una profonda rivisitazione dei meccanismi di funzionamento.
Le categorie sociali ed economiche di Napoli molto spesso disegnano “separatamente” il destino dei cittadini, ognuno con la presunzione della conoscenza che diventa verità assoluta e non riproducibile da tutti gli altri. Il dialogo, la sintesi, una comunità di interessi, tra i soggetti sociali della nostra città sono possibili o ci dobbiamo rassegnare per sempre?
Una delle caratteristiche della società napoletana e meridionale consiste in una minore dotazione di capitale fiduciario e di spirito civico. Questo si è tradotto sinora, non solo nei nostri contesti e nelle nostre latitudini, in una maggiore ricerca del “solista” capace di virtuosismi, piuttosto che di una orchestra in grado di generare armonia. Occorre, pur se non è facile, invertire questa tendenza. La costruzione del dialogo istituzionale, la tessitura di costanti relazioni tra soggetti sociali, il consolidamento della rete di rapporti nella comunità sono operazioni che chiedono la ricostruzione di un tessuto progressivamente logorato dalla crisi dei soggetti intermedi. Occorre aver consapevolezza che lavorare in tale direzione richiede tempo e respiro.
Dopo il Covid 19 è cambiato il mondo e le città non potranno restare a guardare. Secondo te, Napoli in quale miglior modo può reagire, quale terreno deve principalmente recuperare per non “perdersi” definitivamente?
La pandemia innanzitutto ci ha reso ancor più consapevoli sulla importanza di quello che avevamo conquistato, che si è però dimostrato improvvisamente un risultato instabile. Negli ultimi anni era cresciuta costantemente, a Napoli e in Campania, l’economia del turismo, con valori in aumento anche a due cifre percentuali all’anno. Improvvisamente, il blocco – o la riduzione – della mobilità hanno inferto un colpo di maglio durissimo al settore. Abbiamo di conseguenza compreso il valore primario della resilienza, vale a dire la capacità di assorbire colpi traumatici essendo in grado di reagire. Il terreno da recuperare riguarda la costruzione di una polivalenza di percorsi e di settori per lo sviluppo, che siano in grado di bilanciarsi nel tempo, per evitare che il destino sia prevalentemente dipendente da un numero limitato di soluzioni.
La partecipazione è un elemento di valore e dovrebbe riguardare la politica, ma anche e soprattutto l’ambito sociale e culturale, ma troppo spesso evoca scenari senza sporcarsi le mani. Napoli ha bisogno di un orizzonte ma anche di certezze amministrative e comportamentali. Al futuro ci si arriva con atti concreti, costanti e duraturi. Da dove si comincia per allargare la base democratica in città?   
Serve ripartire dalle giovani generazioni, quelle che oggi numericamente sono in minoranza e che, proprio per questa ragione, riescono di meno a far sentire la propria voce. Non abbiamo sufficientemente riflettuto su questo diverso assetto, nel passaggio dalla generazione dei Baby Boomers a quella dei Millennians. L’equilibrio demografico continua a cambiare verso l’invecchiamento della popolazione, e questo dato rischia di far pesare meno il futuro rispetto al passato. Allargare la base di partecipazione è un processo che si può determinare costruendo un ponte tra le generazioni, capace anche di innestare uno scambio tra esperienza e dinamismo. Se non si attiva questo dialogo, sarà molto difficile attivare percorsi partecipativi.

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