Le disobbedienti/Le lupe di Wall Street: la (faticosa) storia delle donne nel cuore del capitalismo

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Da un po’ di tempo a questa parte si moltiplicano le iniziative di alfabetizzazione finanziaria delle donne: associazioni, fondazioni e banche organizzano webinar e incontri per spiegare il funzionamento di meccanismi di investimento e amministrazione del patrimonio. Le iniziative lasciano trasparire un gap importante: l’ISTAT rileva che solo il 58% delle donne ha un conto corrente personale a uso esclusivo. Ma qual è la storia delle donne con i mercati finanziari? 
A Wall Street le donne raggiungono posizioni apicali? Da quando? In Le lupe di Wall Street, un saggio da poco in libreria per Neri Pozza, Paulina Bren – tradotta da Valentina Guani – ricostruisce, attraverso un approccio femminista intersezionale, la storia delle donne nel cuore pulsante del capitalismo analizzando le esperienze di professioniste bianche, nere e asiatiche. Un testo molto interessante per comprendere l’evoluzione del modello socio economico capitalista.
Nel 1947 nell’industria siderurgica le donne azioniste erano più del 50%, nel 1958 rappresentavano il 52% degli investitori per un valore di cento miliardi di dollari ma:  «Nel 1958 quando due giornalisti del New York Times chiesero come mai non ci fossero donne nella sala contrattazioni malgrado l’assenza di espliciti divieti, la ˂spiegazione ufficiale˃ della Nyse (la New York Stock Exchange principale borsa valori degli Stati Uniti e più grande piazza del mondo per capitalizzazione di mercato n.d.r.) fu che nessuna donna aveva mai presentato seriamente domanda di ammissione. […] Nel frattempo, però, le scuse avanzate dagli uomini di Wall Street che giungevano alle orecchie dei giornalisti erano le più svariate: ˂Non è un lavoro in cui ci si possa improvvisare. Non si diventa neurochirurghi [o intermediari finanziari autorizzati] da un giorno all’altro˃, ˂Fascino e sex appeal non si mescolano con il denaro˃, ˂La sala contrattazioni è troppo brutale e fisica per una signora˃, ˂Le donne non sono in grado di pensare e agire con sufficiente determinazione per reggere il ritmo».
Per avere un’idea di come andavano le cose è utile ricordare che solo nel 1974, con l’approvazione dell’Equal Credit Opportunity Act, le donne poterono richiedere una carta di credito senza la necessaria garanzia di un uomo. Tre anni dopo verrà coniata l’espressione glass ceiling, il soffitto di cristallo che impedisce alle donne la scalata al successo a causa di una molteplicità di barriere invisibili, a farlo fu Marilyn Loden per controbattere alla teoria secondo cui se le donne non facevano carriera era anche colpa loro.
Nello stesso anno John Molloy pubblicò un manuale, The Woman’s Dress for Success Book, individuando una regola fondamentale: «vestirsi per avere successo professionalmente e vestirsi per essere sessualmente attraente sono due obiettivi incompatibili. […]  Un articolo sul Wall Street Journal sosteneva con ancora maggior convinzione che l’approccio di Molloy, oltre a essere sbagliato, era offensivo: ˂Molloy cerca di neutralizzare la sessualità femminile inducendo le donne a rinunciare al sex appeal in cambio dell’autorevolezza. Le priva dei colori (viola e oro sono vietati in quanto simboli della classe media), dei maglioncini (sinonimo di segretaria) e della libertà di portare la gonna senza giacca (chiaro segno di insuccesso per una donna d’affari)».
L’esemplificazione di tali regole le meno giovani l’hanno vissuta nelle mimetizzazione degli anni Ottanta in cui  indossavano completi pantaloni e giacca – con spalline imbottite all’inverosimile- dai toni neutri, accompagnate da mocassini con tacco basso, maquillage leggerissimo e qualcuna arrivava, anche, a indossare la cravatta.
Le linee femminili andavano nascoste, la personalità azzerata, l’imperativo era: evitare di farsi notare e mantenere un low profile. «La pressione verso l’omologazione era fortissima. Una delle altre due nere era arrivata con pettinatura afro e gilet da hippie, ma nel giro di una settimana cambiò completamente modo di vestire e atteggiamento. Per le donne in particolare uniformarsi era d’obbligo, e Marianne notò che indossavano tutte tailleur gessati e ˂una specie di cravattino giallo».
Ma, come sempre, ci sono le eccezioni, ci sono donne che disobbediscono infrangendo le regole e in Italia abbiamo avuto l’esempio di una manager di successo che fin dagli anni Sessanta fece della passione per la moda e il colore una cifra stilistica, non aveva bisogno di nascondersi in tailleur anonimi né rinnegare personalità e carattere, un esempio che amo ricordare alle nuove generazioni: Marisa Bellisario.
Scelta simile fu quella di Phyllis Strong che, allo stesso modo, si rifiutò di assomigliare a un uomo rinnegando la femminilità. Nel film del 1988 Una donna in carriera Melanie Griffith e Sigourney Weaver incarnano lo spirito di quegli anni che l’autrice riporta raccontando le storie delle donne che hanno lavorato a Wall Street: resistere in un mondo maschile che le respingeva come un corpo estraneo.
Vessazioni, mobbing e molestie sessuali rigorosamente accompagnate dal divario salariale. Il mondo della finanza era un club per soli uomini, le donne potevano fare le segretarie. Bren ci consegna un lavoro importante di ricerca e approfondimento per documentare la storia della presenza delle donne in un ambito lavorativo, le battaglie che sostennero, i sacrifici e la tenacia che le  portò ad affermare il diritto del talento femminile ad esprimersi in ruoli e carriere a loro precluse.
L’arco temporale considerato, dal dopoguerra ad oggi, permette di valutare l’evoluzione del modello sociale, economico e del mercato del lavoro negli Stati Uniti riportando episodi che appaiono paradossali come quello di una donna che doveva essere scortata in ufficio dalla polizia per proteggerla da una folla di uomini che la attendeva ai lati della strada solo per vederla passare.
L’autrice si sofferma su due temi sui quali, da oltre un decennio, lavoro con determinazione: l’importanza di individuare figure positive di riferimento come fonte di ispirazione e la necessità di imparare a fare networking.
Tra le pagine appare chiaro quanto entrambi questi aspetti concorrano alla possibilità di fare carriera sgombrando il campo dalla convinzione che determinati settori del mercato del lavoro siano appannaggio esclusivamente maschile e il modo in cui sviluppare relazioni che si trasformano in opportunità e vantaggio competitivo incida sulla qualità della vita personale e professionale abbandonando l’isolamento che indebolisce e rende vulnerabili.
Quando anche le donne di Wall Street iniziarono a incontrarsi, avere il loro club e moltiplicare le reti relazionali il loro  potere contrattuale aumentò così come la loro visibilità. Nel 2017 la Fearless Girl -(la ragazza senza paura- opera dell’artista Kristen Visbal fu collocata di fronte al Charging Bull, il Toro di Wall Street che simboleggia il rialzo e l’ottimismo dei mercati finanziari, la scultura è dell’artista Arturo Di Modica che non gradì affatto la scelta del luogo dell’installazione arrivando a chiederne la rimozione poiché, tra le altre considerazioni, riteneva che rendesse il suo lavoro l’espressione di un valore negativo cui contrapporsi.
La Fearless Girl era lo strumento per una campagna di comunicazione sulla parità di genere e la leadership femminile voluta dalla società State Street fondata a Boston nel 1792. Per chiedere che la scultura rimanesse lì dove era stata posizionata furono raccolte oltre 40.000 firme ma non bastò, la sculturafu spostata in Broad Street, di fronte alla facciata del New York Stock Exchange, al suo posto rimase una targa rotonda con le impronte della bambina accompagnate dal testo: “Fearless Girl si è spostata al New York Stock Exchange. Finché lei si trova lì, prendi il suo posto”.
Altre città hanno seguito l’esempio commissionando copie della scultura: Oslo, Melbourne, Londra, Stevenson. Una copia fu esposta nel 2019 a Milano nel Salone del Risparmio allo stand della State Street e la Rand Merchant Bank (RMB) del Sudafrica ha commissionato all’artista Marieke Prinsloo-Rowe una scultura ispirata alla Feraless Girl con i tratti di una ragazza africana da esporre a Johannesburg.
Il saggio di Bren si conclude con la citazione del “femminismo finanziario” nato da una affermazione del 2003 di Gloria Steinem, una riflessione difficile da smentire:  «Non risolveremo mai il problema della femminilizzazione del potere finché non avremo risolto quello della mascolinità della ricchezza” […] In altre parole, il punto di vista femminile è quasi sempre assente nei luoghi in cui si prendono decisioni che hanno conseguenze a lungo termine per tutti noi”. Siamo al nocciolo del femminismo: per quale motivo oltre la metà del genere umano è estromesso dai luoghi decisionali?».
©Riproduzione riservata

IL LIBRO
Paulina Bren
Le lupe di Wall Street
Neri Pozza
Traduzione di Valentina Guani
Pagine 373
euro 23

L’AUTRICE

Paulina Bren è scrittrice, storica e docente al Vassar College, dove dirige i Women, Feminist, and Queer Studies. Barbizon Hotel è stato un successo immediato sia negli Stati Uniti che in Inghilterra ed è stato selezionato come New York Times Book Review Editors’ Choice e Amazon Editor’s Pick. I diritti televisivi sono inoltre stati opzionati da Lionsgate.

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