«A me, femmina, che non dovevo capire, non dovevo pensare, che dovevo lasciare agli uomini queste cose, mi pareva che si aprivano la capa e gli occhi e diventavo na maestra di scuola pur’io» riflette tra sé Giuseppina, la protagonista del romanzo Giuseppina dell’albergo dei poveri scritto da Carla Isernia e da poco in libreria per Astoria.
Un pensiero che attraversa, da millenni, la mente di molte donne. Giuseppina è nata in un dove raccontato da sempre e attraverso molte lenti, un luogo mai avaro di storie: Napoli.
Lo deve aver pensato anche Isernia quando ha scelto di ambientare il romanzo nella città ricca di primati in cui è nata. Nell’Ottocento in ogni angolo d’Europa la miseria dilagava ma, nella capitale del Regno delle Due Sicilie, la visione illuminata di Carlo III di Borbone aveva dato vita a riforme amministrative, l’istituzione della prima cattedra di Economia politica con Antonio Genovesi, l’avvio degli scavi archeologici a Pompei ed Ercolano e la costruzione di grandi opere, tra cui, un ricovero per accogliere orfani, diseredati, emarginati e persone deboli prive di mezzi di sussistenza: il Real Albergo dei poveri.
Un edificio con enormi spazi aperti rimasto nella memoria delle ragazze e dei ragazzi che negli anni Settanta vi frequentavano il liceo- e nei cortili giocavano a pallone- e di quanti bazzicavano il Tribunale per i Minorenni e il centro di rieducazione lì allocati.
Oggi, dopo anni di silenzio e di restauri, il serraglio si risveglia proponendosi in una nuova veste, pronto ad accogliere nuove storie da custodire insieme con quelle incrostatesi nei secoli addietro.
L’autrice delle storie rimaste ad aleggiare nell’aria dei grandi stanzoni ne racconta una, siamo nel 1835 e la ragazza che incontriamo tra le pagine sceglie il serraglio come exit strategy per sottrarsi a un matrimonio cui la famiglia vuole obbligarla, il grande palazzo è ai suoi occhi ricovero per la salvazione.
Giuseppina vi si rifugia in cerca di una soluzione che le permetta di ribellarsi a una decisione cui non vuole sottostare, l’uomo che i genitori hanno deciso di darle come marito le provoca un moto di ripulsa e quel grande edificio le appare come un luogo di passaggio, stazione di tregua da cui è convinta di poter allontanarsi superata la crisi ma, contrariamente ai suoi piani, di crisi ne sopraggiungeranno altre e quell’intrico di scale e cortili diventerà per lei dimora a vita.
Lì diventa moglie, madre e vedova che cresce i figli sorretta dalla speranza di un futuro migliore, lì impara che per sopravvivere è necessario mantenere un profilo basso e non avere voce, lì conosce le amiche lavandaie con cui trascorrerà gli anni e lì vedrà spuntare l’ultima alba.
La sua storia la racconta in fretta, incalzata nel farlo da voci senza volto di una folla di ascoltatori: anime morte come lei.
Isernia porge al lettore uno degli elementi costitutivi dell’identità partenopea: il rapporto tra il mondo di sopra, dei vivi, e quello di sotto dei morti. Il culto delle anime pezzentelle, praticato nel cimitero delle Fontanelle e nell’ipogeo nella chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, ne è ancor oggi esempio lampante, chi muore non va mai via, rimane accanto ai vivi in una dimensione quotidiana fatta di dialogo, confronto serrato e mutuo soccorso.
È in questo limbo sospeso che Giuseppina deve raccontare, a rotta di collo, la storia della propria vita, prima che l’immagine del corpo si dissolva fino a scomparire. Interrogandosi sul perché di tale urgenza ricostruisce il passare dei giorni, la stanchezza fisica, il tradimento degli affetti, le speranze e i legami d’amicizia facendo una cernita tra ciò che è importante che si sappia e quanto può esser tralasciato, nel farlo si imbatte in un dilemma che affligge tutti noi: cosa ha davvero valore e ci definisce? A quali aspetti e accadimenti prestiamo attenzione e quali assumono, invece, significato agli occhi degli altri.
Sulla grande bilancia del giudizio sul chi siamo stati e come abbiamo vissuto avranno peso le molestie che Giuseppina ha subito, le paure, lo sconforto, le delusioni e i desideri, i progetti e le speranze coltivate? «Cunta, Giuseppì, cuntaci comme hai fatto a crescere sola sola chelle doje creature, Giuseppì, comme hai fatto? Na vita ‘e stiente, na vita ‘e fatica, na vita ‘e fatica, na vita ‘e stiente. Cuntaci Giuseppì. E nun ci annasconnere niente. Io non vi capisco: prima dite che ‘o tiempo è pocoe poi dite di non nascondervi niente. Si può sapere che devo fare? Che andate trovando?»–
Giuseppina, nella camera in cui giace, ascolta i sussurri, le preci prezzolate delle monache e i discorsi di chi viene a salutarla: «Queste non sono cose che posso pensare io che sono femmina. È ‘o vero, mammeta con tutto che era femmina pensava, teneva ‘o carattere, come dicono qua, ma io tengo un marito e faccio quello che dice lui. Vincenzì, quello che dici tu, se tu pensi che è meglio che ce ne andiamo io vengo con te; se no ci mettiamo l’anima in pace e rimaniamo qua»– afferma la nuora accanto al suo corpo confermando, a distanza di una generazione, come nulla sia cambiato: le donne sono prive di autonoma capacità di pensiero e di scelta.
Il figlio che, seguendo le sue orme, ha creato una famiglia all’interno dello stesso microcosmo vissuto come ultimo baluardo contro la disperazione la guarda e piange.
Solo sua figlia è riuscita ad andar via, nel mondo vero fatto di strade, botteghe, case e colori, ma lei, Giuseppina, ci ha mai provato? Eccome se ci ha provato! Con tutte le sue forze, con ogni fibra del suo essere e fino alla fine ma ogni volta che il traguardo si avvicinava qualcosa andava storto e si ricominciava da capo anche se il grande cancello d’ingresso, dopo un certo tempo, era diventato non più un amaro confine difficile da varcare quanto inarrivabile orizzonte.
Il suo mondo è tutto lì, in quel pezzo di cielo azzurro su sui si stagliano le chiome degli alberi che, vestendosi e svestendosi stagione dopo stagione, si specchiano nel vetro del gran finestrone della copertina del libro.
Ma può un’anima nata accanto al mare, vivere senza sentirne il richiamo né desiderare di gettare lo sguardo nel blu del Golfo respirando salsedine e futuro: « ’O mare ‘o mare, che ‘nziria che fissazione, che ‘nziria che fissazione.
Riuscirà a vederlo una ultima volta? Ascoltiamo fino alla fine le anime chiederle di svelare segreti, ne bevono i ricordi e assorbono l’angoscia di chi è costretto a praticare la difficile arte di far quadrare conti che mai tornano rialzandosi dopo ogni caduta. Ma perché queste anime ripetono sempre due volte quel che dicono? E dove è nascosto il tesoro di Giuseppina, il prezioso anello che la nuora cerca ovunque?
L’autrice, con la coloritura di un napoletano comprensibile anche ai non autoctoni e uno stile fluido, lo svela in quest’opera prima che, immaginiamo, non rimarrà figlia unica.
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IL LIBRO
Carla Isernia,
Giuseppina dell’albergo dei poveri
Astoria
Pagine 277
euro 18

L’AUTRICE
Carla Isernia è nata e vive a Napoli, e insegna Chimica Generale e Inorganica presso l’Università degli Studi della Campania «Luigi Vanvitelli». Da sempre appassionata lettrice, è approdata alla narrativa dopo un percorso di formazione in una scuola di scrittura, dove ha scoperto di amare i personaggi «comunemente eroici», sospesi tra ricostruzione storica e invenzione pura. Ma ama anche il rigore della ricerca scientifica, il dialogo costante con i suoi studenti e la cura delle orchidee.
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