Proponiamo a puntate  il racconto di Giuseppe D’Avino,  giovane autore napoletano al suo debutto con i lettori. Il protagonista è un uomo disilluso e invecchiato dal destino, accaldato dal fiato di una morte prossima. Decide di tornare a casa, in un breve viaggio verso i suoi natali. Parlando con una versione di se stesso, cerca di fare un testamento morale…
QUINTA E ULTIMA PUNTATA

Come padre neanche io ho funzionato tanto bene e ho cercato di non essere come mio padre, ma di ignorare tutti i suoi insegnamenti, di trasmettere a mio figlio le cose che pensavo; ma molte volte non dicevo quello che pensavo perché avevo paura di somigliare a mio padre, il mio ulteriore errore è stato non dire a mio figlio che non dicevo quello che volevo dire perché avevo paura di sembrare suo nonno.
Mio figlio mi odia, non mi parla, però il figlio di mio figlio vuole bene a suo padre perché come io ho fatto con mio padre lui ha fatto con il suo,  in una diade vendicativa, trascesa nelle generazioni. Così un buon figlio si vendica di un cattivo padre, essendo per suo figlio un ottimo padre. Ha evitato ogni tipo di insegnamento ricevuto e ha trasmesso a mio nipote la sua ideologia. Suo figlio si fida del proprio padre e gli sorride. Mio figlio mi sorrideva quando ancora la sua età non giungeva alla doppia cifra, dopo si è arreso. Sono stanco di discutere, ma vorrei che lui sapesse perché sono stanco.
Tutto si riduce alle piccolezze, a ricordare sciocchezze di ogni tipo, sciocchi vezzi e nomignoli che escono da una bocca innamorata, sorridente e bagnata dal sole. Parole che irradiano una giornata e scaldano il gelo del domani. E quanto costa quella speranza di trovare un giorno una persona che dopo tanti anni sa dire vicino a un estraneo: no, no, non fare così, a lui dà fastidio, oppure che sappia cosa ti piace mangiare, quando ti piace star solo, quando vuoi amare con il corpo o con le parole o con le parole degli occhi, i denti della fede.
Avrei voluto urlare la mia paura di vivere. Ogni giorno. Ogni notte. Se non trovavo il coraggio di vivere, avrei dovuto avere il coraggio di ammetterlo.
Cosa vi dovrei raccontare? Me lo domando tutti i giorni. Come dovrei dirvelo, come scrivervi, cosa trasmettervi, cosa ho che voi non avete? Forse dovrei parlare semplicemente …
Ho vissuto questi ultimi giorni fino a non avere nome. Ho sfiorato l’assoluto assenteismo dall’esterno, superando la soglia assoluta di ogni senso. Lo stravolgente motore del mio umore è ingolfato dalla sua incoerenza. Vivo giorni di indifferenza verso la vita, come se non me ne fregasse nulla del suo termine. Morire a volte è anche desiderabile. La terapia del pensiero suicida sfiora la sua inefficacia. Altri giorni non potrei vivere senza ignorare l’idea di morire. Il terrore non sparisce, si assottiglia, si smussa e fa meno male.
A un bar qualche giorno fa ho visto una donna: l’ho osservata licenziosamente. L’ho amata sin dal profondo e ho vissuto una storia d’amore con lei. I nostri petti si strofinavano e i nostri sessi si congiungevano. I fiati accaloravano lo spazio tra le nostre bocche e la distanza dei nostri cuori era inesistente, la mente diveniva un buio plasmato dal nero delle nostre pupille, dove si nascondeva la massa della nostra solitudine, come una notte illune, eterna e senza spazio per il respiro. Ero altro da me stesso, ero il traditore affamato a riprovarci.
Finisco di amarla, deluso, mi ridesto dal sogno. Le urlo senza parole di salvarmi. Salvami, dico, salvami da me stesso, fammi dimenticare me stesso e tutto ciò che sono, perché adesso mi odio. Penso che pagherei ogni prezzo per farlo. Ucciderei quella donna amata un attimo prima se potessi ricominciare daccapo.
Fino a questo punto amo me stesso? Per la vita si farebbe qualsiasi cosa, anche le cose più terribili, anche se si odia la vita. Ricordo adesso l’immagine di mia madre di spalle, con la vestaglia e i polpacci scoperti, gli zoccoli da casa e quelle vene varicose che gli tormentavano l’aspetto. Sin da ragazzino capii che non potevo accettare il danno che l’automazione di una vita scontata aveva inflitto a mia madre. Una donna che non poteva superare dei concetti, non poteva ostacolare il suo modo di vivere, fino a rinunciare ogni anelito di se stessa: non sapeva più desiderare. Fissava il vuoto tra le fiamme del camino con un espressione di disprezzabile resa. Una solitudine senza nome soffocava il suo spazio fino a ridurlo a uno strangolante desiderio di impossibile aiuto. Diventare i desideri degli altri. Capire fino a che punto qualcuno può rinunciare a se stesso.
Il linguaggio dell’abnegazione, della bontà, partorito, attuato e dimenticato in silenzio, è l’unico risorgimento di ogni anima.
Ricordo … ricordo… una volta a caccia con mio nonno e mio padre. Tre del pomeriggio. L’orario di quando è morto Cristo. Mio nonno sparisce. Lo cerchiamo, ci dividiamo, urliamo il suo nome. Lo trovo in una radura di pioppi molto lontana, tanto che non sento più urlare mio padre. Era seduto su una roccia e aveva acceso delle foglie secche che fumavano assai. Non mi guardava, anche se sapeva che ero lì. Sembrava fosse incapace di muoversi per il resto dei suoi giorni, come se la sua immobilità potesse perpetuarsi all’infinito, al congiungersi con lo sgretolamento della materia, come quelle statue di divinità dimenticate, che riesumano, nella loro posa anchilosata, le verità arcane, uterine nel segreto di uno sguardo segreto; e così mi sedetti a pochi metri da lui a guardarlo. Dopo un po’ capii che non avrei potuto muovermi, perché non volevo.
Il crepitio della brace smorzò il silenzio dettato dallo stupore e dall’incanto che si era impadronito di me: guardai il cielo vuoto di dei, simile al vuoto abissale che mi stava risucchiando dentro, come il simulacro di una morte che si preannunciava in un fotogramma di fine apparente, un sentore profetico del nulla, inenarrabile. La luce moriva. Si propagò dentro di me e si sparse un conato ventrale, fino alla costolatura, in tutto il petto, schiacciato da un addensamento di dolore, che mi guastava il battito del cuore, che andava battendo infuriato, feroce, stolto.
Allo stesso tempo, il silenzio del mondo di mio nonno fu frantumato da qualcosa di innominabile, si volse verso di me di soppiatto, con occhi di uno stupore australopiteco. Ma non ero io il motivo della sua sorpresa. Era qualcos’altro, forse l’innegabile voglia, tradita per sempre, di poter stare da solo fuori dal resto del mondo.
Aprì bocca e disse a parole sue: Se un uomo, cento anni prima, scrive di un errore, è dovere dell’uomo venuto cento anni dopo di leggerlo. Se l’uomo di cento anni prima è ignorato dall’uomo di cento anni dopo, l’uomo che viene dopo ripeterà lo stesso errore, e sarà vecchio di cento anni.
E questa è una facile ammissione per un cinico. Io non so che credere. Ho paura in quello che potrei credere. Ma rendere muto la mia paura non mi aiuta. Non mi trasforma. Mi fa essere ciò che sono adesso, senza rimedio. Se devo trasmutarmi, voglio sapere come. Forse un altro danno della nostra esistenza, connaturato al fatto del porsi limiti, è proprio il non accettare ciò che siamo realmente.
Ciò che siamo realmente ci spaventa non solo per i limiti morali che ci infliggiamo, o per la paura di una mancata accettazione, che richiede sempre buone doti recitative, ma anche perché non abbiamo la consapevolezza di come chiederci, ce ne siamo dimenticati, e agendo così, non avremo mai la fiducia di confessarlo a un altro. Se io voglio saperlo, devo abbattere la mia paura verso quello che penso. La paura più profonda, la domanda più inascoltata, è quella che grida dall’abisso quello che potenzialmente potremmo essere. E tutto questo mondo collasserà senza mai essere esistito, come un pianeta fantasma, una spettrale luna di ghiaccio.
Sono tornato a morire, e per il mio funerale volevo un testamento che lasciasse qualcosa. Ah, so’ turnato e il mio  cuore non dice niente. Ci stai tu, che scrivi e io che parlo e per il resto niente. Non c’è futuro. Tutto ciò che è futuribile è così carico della possibilità di bellezza che mi brucia la gola a pensarci. Ti guardo. Posso dirti che passo giorni di odio puro e non mi sta bene. Ma poi penso: come posso abbandonare l’unica vita che mi resta?
Mia nonna si bevve un bicchiere di varechina e si tolse di mezzo per non essere un peso.
La gente di sostanza è sparita? La paura è dignitosa? Sorrido quando penso che quando stai verso la fine la tua mente è una lunga trafila di pensieri sconclusionati. Che il pensiero diventa la tua vita, senza trama, senza premeditazione. C’aggia fa’? A me pare tutto ’na strunzata.
 (5.fine)

 

 

 

PRIMA PUNTATA

Due conoscenti in viaggio tra i silenzi

È in prossimità della fermata di La Pigna quando l’uomo dall’odore silvestre gli si accosta, si siede di fronte a lui, si libera del cappello e lo guarda inespressivo. Quando lo vede non ha bisogno di un attimo per tornare indietro negli anni. E la giornata in sé, di una canicola insopportabile, soprattutto per lui ormai abituato a climi rigidi e colori plumbei, è pura malinconia fatta materia, un immediato siero che dimostra che il passato è una camera anaerobica sempre pronta a riprendere vita. Lui sembra non sapere cosa vuole o cosa fare e i suoi pensieri sembrano arrampicarsi su cime inesplorate; indaga, indaga, ma la lingua che usa pare non servire a quello scopo e così …
Tu chi sei? Che non rispondi? Vuoi sapere che sto facendo? Se me lo sai dire hai un caffè pagato.
I due non si scambiano una parola e intanto il treno arranca ad arrivare a Salice e l’odore fetido di immondizia scaldata al sole filtra tra le feritoie dei vetri abbassati.
Una direzione ce l’ho, ma non è quella che mi aspettavo. Anzi, aspetta, sapevo quello che mi aspettava, ma ero consapevole che non mi avrebbe trasmesso nulla.
Il treno riparte. Il suo sguardo si disperde nella distesa dei sobborghi isolati e i cretti delle stradine di campagna che attraversano gli ampi rettangoli di terra coltivata. Analizza i filari su cui le reti e le varre si aggrappano i pomodori lussureggianti. Sorride ripensando ai suoi genitori in quei due giorni di luglio di annosa consuetudine, intenti a passare i pomodori colti e riversarli nelle buatte per poi annegarle nel bidone da duecento litri, zeppo d’acqua, per un’intera notte d’estate.
Eh, sì, quello me lo ricordo bene, come no? Terre assolate e gente che respirava affannosa china verso la terra. Ricordo le loro fronti sgocciolanti sudore e i panni da lavoro sdruciti e sporchi, sguardi eloquenti e orgoglio nel non manifestare alcuna fatica. Metodico senso del darsi da fare e ignoranza degli orizzonti. Bella roba, ma io ero preparato ad altro. Non lo so … che ti devo dire, volevo di più, forse, o la mia indole era incolta di sentimenti precisi. E lo è ancora.
Gli schiocchi delle rotaie e l’ondeggiamento elencano le cose che il silenzio ha stipato nei due conoscenti. Le parole assiepate in clinica aneddotica, severa, ingurgitata di rimpianti equivalenti alla secolare incapacità dell’uomo di diversificarsi dalla sua natura. Il preludio di una conversazione compressa da anni getta l’ipotesi facile di evitare un discorso e lasciare sospeso tutto lì.
Ci stai provando a indovinare e forse ci stai azzeccando, caro. Ma non posso esserti d’aiuto, non posso dirti niente di più. Mi disgusta la tua caparbietà, so che ci tieni, ma … te lo dico francamente: è tutto ’na strunzata.
Si volta a guardare il suo conoscente, si prende il suo tempo per studiarne il sorriso, che niente ha di arrogante, ma esprime una malizia priva di malignità.
Posso solo immaginare come ti senti imbarazzato mentre cerchi di decifrare. Continua, continua, ignorami e non ascoltare il mio consiglio. Lo sai, stai correndo come un cavallo che non si accorge che sta per scoppiargli il cuore. Stai scappando anche tu, per caso? Ti infastidisce che questo tuo scritto stia diventando un rapporto epistolare unilaterale? Provaci, provaci ancora.
Forse l’altro tenterà di salutarlo, oppure tutto si dissolverà in un solito e introspettivo silenzio. Un inutile lasso di tempo imbarazzante che entrambi avrebbero preferito evitare. Opportunità che scivolano per le indecifrabilità che nascondono.
Non gli parlerò, te lo dico. Non me ne fotte un cazzo di riallacciare rapporti, non ho nulla da dire e neanche tu. E se continui a non rispondermi anche tu starai lasciandoti scivolare un’opportunità per le sue indecifrabilità.
L’aria fredda della stazione Garibaldi li ghermisce in una escursione termica e quando escono dalla galleria in direzione dell’ormai prossimo capolinea di Porta Nolana il sole li ammanta parzialmente e rinsalda quel calore che era quasi del tutto svanito.
Dieci anni e ’sta terra puzza, nata vota ’e iuta a male. La senti ’sta puzza? Sta puzza ’e merda?
Scendono dal treno e superati i tornelli e salite le scale riemergono in un mare di sole abbacinante, che esplode sui vetri delle vetture in transito verso l’incrocio di via Nuova Marina. Sotto la rientranza della tettoia della stazione posteggiano mitologiche figure di senzatetto. Un donnone gottoso avvolto in una trapunta fetida, e del piscio che filtra i tessuti spugnosi e si dilunga verso la pavimentazione fino a formare una pozzanghera; un altro tutto sbrindellato e la barba a trefoli, con  la faccia che è un pantano, chiede spicci alla gente di passaggio. I due conoscenti  si separano.
Qua non cambia niente, è vero? Quante volte ne avrai scritto e quante volte avrai sentito lo stesso senso di malattia che questa città ti ingozza a forza. Non ci sta niente da fare, non cambierà mai niente. E tu lo sai perché so’ tornato int’ ’a ’stu cesso?
Cammina verso il mare, ma affondando nel quartiere Mercato per via Lavinaio, fino a piazza Mercato, e di lì verso il quartiere Porto, fino a guardare via Duomo. Cammina con pazienza, mani in tasca e dita che massaggiano lo scroto, occhi che dissipano un disagio, un fastidio, un disgusto profondo.
Cammina in silenzio: ha bisogno di riadattarsi alla pietra, al piperno, al tufo, ai palazzi come argini di fiumi vulcanici anneriti d’ombra, vicoli dove il sole fallisce, dislivelli di basolati e accelerate di motorini e urla dalle case dagli infissi aperti, che a ora di ogni pasto partecipano a un fluviale e multietnico dardeggio di sapori.
                                                                                                        (1.continua)


SECONDA PUNTATA
La vita è chiusa in un cerchio di contraddizioni


Entra in un bar  in prossimità di piazza Bovio,
 con la vista parziale sulla statua equestre e il palazzo della camera di commercio.
Quando ti sei fermato l’ultima volta a osservare? Le domande si fanno con gli occhi, lo sai? Invece tu pensi, pensi e pensi e ti lasci passare davanti eventi che per te non hanno senso. E che ti resta, poi? Solo un dolore che non può essere spiegato. E piangi, piangi come un neonato, senza l’autosufficienza che ti desta e ti fa reagire.
L’aria è fredda e refrigera il sudore che gli scorre verso le tempie dagli spiragli della sua capigliatura rada; vento di mare a gelargli le spalle e lui, ora ricorda, odia la primavera di Napoli, così volubile, così flessuosa.
Ordina un caffè, lo beve al bancone e poi ne ordina un altro da portare al tavolo che indica. Va un attimo al bagno, si deterge la faccia e le mani e torna. Il suo caffè fumante è servito in prossimità di uno dei posti. Si siede e si libera della giacca. Ha le ascelle sudate e per questo allarga le braccia e adagia i gomiti sui braccioli e incrocia le gambe. Si accende una sigaretta e poi non so come, mi guarda.
-Allora Scellòn, che si dice?- mi chiede.
Gli dico: -Ca c’amma dicere? Pare ca ’e regole nun ’e saje.
Adesso guardi un punto impreciso della piazza. Sulle tue iridi vedo il mondo allungato nella curvatura della sua lente e tutto è un’ombra di gente e cose che si muovono. Sembra che osservi la gente, i giovani universitari stesi sulle panche a serpente e il muretto che costeggia le scale della metropolitana.
Si volta, mi guarda con occhi asserviti a un’esperienza che ha più graffiato che semplicemente ferito.
Mi dice: -Quando non sai dire nulla di una persona inizi semplicemente a vedere quello che fa. E se quello che fa non dimostrasse nulla? Che ti resta da fare?
Allargo le braccia: -Non lo so?
Unisce i polpastrelli della mano destra e la agita: -Ma tu chi cazz’ si?
Scrollo le spalle.
-Ti ho fatto io,
 per caso? Sono matto? O sei uno che vuole solo scassà ’o cazzo?
-Credo di appartenerti. Non posso lasciarti andare.
Sbuffa e sorride amaramente, si accende una sigaretta e se la passa tra le dita di una mano e l’altra. Mi guarda a scatti, fa un tiro e poi torna a guardarmi.
-Accetti molto facilmente … -Sto per dire.
-Che tu esisti?
-Sì.
-E che posso fare?
 Alla mia età i fantasmi hanno perso il senso del brivido.
-Allora, che facciamo?
-A che servi?
Scrollo ancora le spalle.
 –Come fa un figlio a dire al padre il motivo della sua esistenza?
Tu agiti la mano con la sigaretta nel vuoto disegnando messaggi inconsistenti.
-Sto scherzando, lo so perché sei qui.
-Perché esisto?
Mi guarda ancora con quegli occhi
 che, assenti dalla realtà, pervadono terreni in cui è impossibile generare pensieri rivolti al futuro.
-Perché aggia parlà. Vieni con me.
Ci alziamo e camminiamo per la salita di Santa Chiara e sbuchiamo a Spaccanapoli e da lì fino a Port’Alba e in questa mattina ci perdiamo nelle poche librerie rimaste e scrutiamo bene nelle bancarelle in cerca di qualche titolo interessante.
La gente passeggia e il loro brusìo è una costante, un rumore che sgorga come ossigeno, che noi aneliamo perché non sopporteremmo vivere senza rumore.
Passeggiamo poi senza meta e tu mi parli, adesso, senza parlare, e mi dici che sei qui per un funerale.
Ci spingiamo fino a Corso Vittorio Emanuele e prendiamo la salita di Pedementina. Da lì, in prossimità di uno dei bassi, ci sediamo. Mi dici che non sei nato qua, ma ci sei cresciuto. Mi dici che ora vedi dove correvi e facevi schiamazzi. Dove vedesti le prime zizze di una madre che girava in cucina seminuda: aveva le mammelle scure e ampie, e le ascelle irte di peli neri, un cespuglio riccio e bagnato e alzava una gamba e si manteneva a un muro quando scoreggiava in silenzio.
Ora mi guardi con quegli occhi che mi trafiggono e che non capisco, agiti la mano e dici: -Assettete ccà.
Con un cenno del mento ti chiedo che vuoi.
– Hai portato foglio e penna?
– Dov’è ’sto funerale?
– Scrivi.
Prendo foglio e penna dalla borsa,
 lo guardo e lui inizia: Esistono gesti del sangue che hanno a che fare con l’amore e non parlo di imene rotti o sacrifici eroici: parlo di madri che preservano la compassione per infliggere morte a figli nati in un mondo che li fa diventare antichi sin troppo presto. Volete la verità? La verità non ha bisogno di una faccia. La notte è fatta per la verità. A’ verità è che nisciunò è pronto.
Questo è un posto dove vengono a morire i santi. Lo diceva mio padre. Lo chiamavano Giggino Matrioska, perché lui da piccolo era identico al padre, ma ne risultava la versione rimpicciolita.
Così è la vita. La vita è circuita di regole, chiusa in un cerchio di contraddizioni, di situazioni sempre diverse, che così è difficile dare un giudizio omogeneo per ogni parola che implica un’azione. “Così è la vita” sembra essere la giusta dose di amarezza che ti chiude in un quadrato fatto di mattoni rossi edificati fino a un’altezza dove un muratore cadrebbe per la più insulsa folata di vento, suderebbe alle mani come se eiaculassero, e nella caduta avrebbe il tempo di capire tutti gli errori commessi nella vita, mentre l’attrito gli spezza le ossa. Tanto sono alte le mura delle contraddizioni. Del così è la vita.
                                                                                          (2.continua)

TERZA PUNTATA
Le battaglie si combattono soprattutto da soli
Al di là di tutto, le contraddizioni sono inevitabilmente menzogne a cui non possiamo rinunciare, perché si sono impresse fin dentro il nostro seme. E tu vedi tutte queste dubbie teste pensanti, persone consumate che cercano un altro sputo di giovinezza, vedi le ombre suoi loro volti, i sorrisi vacui, le tristezze nascoste, i tradimenti, l’amore fatto in un miscuglio di feromone, sudore e lenzuola; vedi tutto, lo senti, e non è niente. Ad alcuni basta così. A quasi tutti, credo. Ad altri non basta, ma manca il coraggio. Altri vogliono farcela a trasognare l’anestesia del loro tempo, spietato e infingardo.
Ti alleni ai banali vizi, con radi indizi concessi da pompaggi di forte emozione. Lo senti lo stomaco che ti brontola che vuole il pasto; lo senti il turgore del sesso, il glande spingere verso la lampo; lo avverti il sudore che ti prude in testa, la merda pulsare verso lo sfintere quando un coltello ti punta la gola; lo percepisci il bruciore del fumo che ti attraversa la gola e i polmoni; le vedi le strade come vene dove fluisce il sangue deteriorato dell’uomo fattosi Dio. E in queste strade c’è il fascino delle stelle. Nessuno le guarda perché è più importante dove metti i piedi, ma sono lì, si sa.
C’è chi ha vissuto tanto a lungo da essere gonfio di vita e non ha mai conosciuto niente, niente che valesse l’aria addensata dal freddo che gli usciva dalla bocca, il terrore della primitiva notte e i piedi, congelati perché le scarpe sono bucate dai chilometri percorsi. E non è niente.
Se le persone capissero ciò che una persona vuole, capirebbero ciò che una persona è realmente, ma il fatto simpatico sai qual è? E che nessuno sa cosa vuole realmente. E io non sono quel tipo di uomo che categorizza le persone dicendo: esistono due tipi di persona al mondo, ma so per certo che quattro cose ci inseguono nella vita: l’amore, un nemico, almeno un dubbio e la morte; l’ultima non si evita, la prima non la riescono a sentire tutti, la seconda non finirà mai d’esserci e cambierà spesso volto, la terza sarà ignorata dagli stupidi. E io mi chiedo che fortuna ho avuto nel sapere queste cose. E conoscerle. Le ho viste e saggiate come quando ti offrono un cibo appetitoso, o disgustoso, e tu non hai il coraggio di rifiutare perché sei un’anima che prova dispiacere a dire a qualcuno di no. Chi non sa dire di no alla pietà è destinato al dolore … chi non sa dire di si è destinato al tormento. Scegli.
L’espressione delusa e la magrezza di spirito ti spaventano, mi dico. E sì che mi spaventano, non voglio deludere perché le prime persone che ho conosciuto nella mia vita, le ho deluse, e la mia colpevolezza sta nell’esempio scorretto che do della mia onestà distorta. Quindi assaggio tutto e mi offro al mondo per quel che sono, anche se mi fraintendono per quel che sono; perché capirsi sembra facile.
Tu ora stai leggendo a fatica, o forse, ancora non ti viene il senno di dire: che noia? Ma io continuo, perché le battaglie si combattono soprattutto da soli. Io scrivo. E non scrivo per me stesso, non principalmente, scrivo anche per voi e per me per voi. Se non leggeste io non avrei valore alcuno. Io. Io. Io e sempre io. Come voi. Voi. Sempre e solo voi per me. Sono lo schiavo del pubblico, come tutti gli esseri umani sono schiavi delle apparenze.
E voi starete pensando, o no, forse sono io che penso che voi pensate questo: che sia così aleatorio il mio commento; penserete che sono uno stupido idiota senza un po’ di dignità e ritegno. Ma a che serve il ritegno e la dignità, quando si ha il rispetto per se stessi?
E io ho commesso l’errore fatale e ferale, coinvolgendovi sul mio foglio bianco del presente, permettendovi di facilitarvi un’opinione diretta e, permettete sempre la scortesia della mia schiettezza, mortificandomi, mostrandovi il mio fallimento; allora la storia, nel mio caso si ripete, perché si dà il caso che io come essere umano rappresento lo schiavo del fallimento.
Lo confesso a voi perché siete quello che mi resta. Se avessi qualcuno, se ci fosse stato qualcuno a tendermi la mano forse non sarei qui. Non ho nulla da fare e son anni che non ho da fare. Voi forse state pensando, o io penso che voi pensate questo: che io sono noioso e non immaginavate che questo scritto fosse così, con le pagine lorde d’inchiostro e ora sperate che vi dica sì, vi sto prendendo per il culo, questo non è il vero inizio, vi sto mettendo alla prova, questa è una stronzata, una … facezia,
Sono troppo deluso dalla strada, troppo intriso di strada e troppo infreddolito nel midollo dalla cattiveria della strada, del lavoro, delle cravatte. E questa rabbia purtroppo non tramuta la mia pelle aggrinzita in pelle giovane, riformata, con le funzioni vitali ancora attive e le cellule veloci. No, questa rabbia insulsa trova forza solo nel cuore e nella mia voce. Questa sostanziale differenza tra mente e cuore è essenziale per conquistare il vero: se non si ottenesse il potere della sconsideratezza, la mente non potrebbe evadere dalle mura dell’ostinazione.
                                                                                                        (3.continua)

 

QUARTA PUNTATA
Il cuore ha dovuto perdere la ragione per non rinunciare alla vita

Il cuore ha dovuto perdere la ragione per non rinunciare alla vita. Non ha più nulla da perdere. Chi ha da perdere, perderà ogni battaglia. Chi non ha da perdere non può perdere; e la vittoria non la brama. Chi non desidera la vittoria, vince anche senza ottenere. E un vincente, a differenza di un vincitore, sa quando dire basta.
Nonostante ciò, il mio cuore non mi obbliga a fermarmi. Non è come un cane, il cuore, non ci riconosce come padrone, lui è involontario, e questo anche il cinico deve ammetterlo, l’ateo deve ammetterlo a se stesso, guardandosi allo specchio, sennò dovrebbero abbandonare casa e famiglia e buttarsi da un dirupo che al suo termine ospita dita aguzze e rocciose come i denti di un lupo selvatico.
E sono stanco di discutere. Quello che penso e che mi fa ghiacciare come se una donna morta in una vasca di ghiaccio mi abbracciasse, è che non conoscere sia la soluzione di non provare dolore. E sono stanco, stanco veramente delle cose, che siano belle e che siano brutte. Sono stanco. Ma ciò che si faceva già dai tempi del fuoco e che si fa ancora oggi è raccontare. Raccontare per non morire. Raccontare per vivere nonostante.
Ho pensato spesso che esiste dolore che non provoca dolore. Un dolore plutonico, che si spande senza essere avvertito. Qualcosa di simile al senso di resa: il dolore costante, dolore che diviene esistenza. Questa è la fonte del mio terrore.
Il mio terrore, nonostante accetti la morte per quella che è, è proprio l’imprevedibilità con cui sopraggiunge. Ogni sera le dedico ogni attimo, alla morte e a quando mi coglierà e come mi colpirà. Mi sono reso conto che alla felicità occorre la paura di morire.
Alla verità destino tutto il mio rancore, la rincorro a nuoto, lei che galleggia su una chiatta sgangherata nel flusso della coscienza, nera, con la lampara accesa, inghiotte cubi di banco blu oltremare, senza catturare che orrore e paura. La memoria, unica fonte da cui trarre profitto per trafiggere il tempo, per ingannarlo, tornare indietro, anche quella mi inganna, rappresentando i miei ricordi come meglio credo, tanto arroganti che un ricordo puro si trasforma in meccanismi di omertà. Il terreno della fraudolenza attende un riscontro con i nostri desideri per cogliere i suoi frutti. Ci può salvare il ricordo di un amico, un familiare, un altro insomma, solo un altro può provarmi il riscontro di un vero ricordo. Ma infine finisco per preferire le persone devote al silenzio, per non ascoltare il vero me stesso.
Il cuore e il cervello sono compagni con cui si lotta e certe volte ci si uccide. Il peggior omicida del mondo è il cervello, le sue meccaniche di pensiero, e ciò da cui siamo plasmati, un programma di elaborazione dell’informazione: la nostra interpretazione. Perpetra i suoi progetti e per sfuggirgli bisogna ricorrere alla follia e lì si viaggia in una roulette e non conta che colore la pallina sceglie, tutto vale zero. Ma c’è qualcos’altro che noi non vediamo, e questo anche il cinico deve ammetterlo, l’ateo deve ammetterlo, sennò dovrebbero abbandonare casa e famiglia e buttarsi da un dirupo che ai suoi piedi ospita le sue dita aguzze e rocciose come le unghia del diavolo. E sono stanco di discutere.
Io ho avuto un’infanzia e un’adolescenza con il potere di avere coscienza nel sentirle passare, ho degli episodi che mi hanno scolpito o distrutto e poi ricostruito. Ma le scelte fatte sono tutto frutto dell’ignoranza, della paura e della derisione e della mancanza di tempo. Anche adesso sento che il tempo mi manca.
Una volta, ero vergine e non avevo soldi in tasca, conobbi una donna, mi sembrava così facile parlargli, che scegliesse me, un ragazzino smilzo e acerbo per confessarsi, che mi venne il timore che lei parlasse con me perché era una di quelle ragazze di strada che si fanno pagare.
Lei non mi chiese soldi, anzi, mi invitò a casa sua e io andai sicuro e baldanzoso. Giunsi fino fuori la porta di casa sua, mi tirò a sé e entrammo. Il terrore mi inabissò in una pozza di scorno e lei con una semplicità disarmante si spogliava senza convenevoli, senza altre frasi di circostanza.
Sorrideva, rideva a squarciagola, di gusto, come se fosse affamata dell’allegria altrui, si nutriva della mia goffaggine, inesperienza, insicurezza. Io, rosso in viso e spoglio dei miei indumenti, mi lasciavo fare ogni cosa. Ma alla fine, col passare del tempo la nostra relazione degenerò, me ne innamorai, ma lei disse chiaramente che l’amore non era una cosa che voleva o aspettava.
Piansi, ma non me ne vergogno. Quest’esperienza mi fece capire che non tutte le persone vogliono amare.  All’improvviso provai un senso di spaccatura. In me si frantumò una certezza. Mi sorprese inevitabilmente. Ebbi coscienza che le certezze che mi costruivo, erano un essenzialità che concernevano l’automazione della vita. Così non rifiutai comunque a possederne alcune, perché la mente, il corpo, hanno bisogno di non annegare nel dubbio, ma da quella volta, fui pronto a accettare il loro soccombere.
Sono un Codardo vincitore. Dietro quest’affermazione si nasconde mio padre. Valutando, l’economia della vita si valuta quanto rischi te stesso. Quanto rischi la tua pelle, le tue mani, la tua mente, i tuoi sentimenti.
                                                                                               (4.continua)
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L’AUTORE
Giuseppe D’Avino, nato a Nola nel 1992, ha conseguito la laurea in cultura e amministrazione dei beni culturali alla Federico II di Napoli con una tesi sul cinema indipendente dei fratelli Coen e la bibliografia completa di Cormac McCarthy. Appassionato di cinema, letteratura e manga. Morte ai piedi dei santi è il primo racconto che pubblica. 
In foto, una lampada come simbolo del viaggio all’interno di se stessi

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