Intervista/ Monica Florio:”Scrivo di guappi e femminielli con sguardo anche sul presente. La loro gestualità rimanda a una teatralità tutta partenopea”

0
233

Con “Storie di guappi e femminielli” (Guida Editori, pagg. 146 15 euro, foto) la scrittrice Monica Florio si sofferma su due personaggi rappresentativi della storia del costume di Napoli, analizzandoli in rapporto alla realtà del vicolo, sorta di microcosmo indipendente e autogestito nel quale erano integrati e alla cui economia hanno contribuito. Ne parliamo con l’autrice.
Nel tuo saggio lo sguardo è rivolto al passato?
«Il mio sguardo si posa non solo sul passato ma anche sul presente, in cui un episodio di intolleranza come quello del murale imbrattato raffigurante la Tarantina, icona dei femminielli, dimostra l’involuzione della città, sempre più spaccata in due. Se i femminielli sono presenti tuttora con i loro riti, pur essendosi spostati altrove in seguito alla trasformazione di quel vicolo che li accoglieva, il guappo si è del tutto estinto, finendo per confluire nella camorra e rinunciando a quell’indipendenza esibita con orgoglio che non avrebbe potuto mantenere nell’epoca attuale, dominata dalla malavita organizzata con cui chi vive nell’illegalità deve fare comunque i conti».
Nella storia, fortemente complessa della nostra città, guappi e femminielli sono stati due figure singolari, che ancora oggi sopravvivono nell’immaginario popolare. Cosa denota, a tuo avviso, la loro “napoletanità”?
«Pur essendo antitetici, guappi e femminielli posseggono dei caratteri e degli aspetti comuni che ne definiscono l’identità e l’appartenenza alla nostra città. Sono espressione di “napoletanità”, la loro gestualità enfatica rimanda alla teatralità tipica di questo popolo, il sentimento religioso alla base di alcuni riti come il culto della Madonna di Montevergine, il gusto eccessivo che sfocia in un abbigliamento vistoso e talvolta tendente al pacchiano. A differenza del guappo, del tutto privo di senso dell’umorismo, il femminiello possiede quell’ironia che è un tratto essenziale dei napoletani, abituati a convivere con una realtà che vorrebbero differente e a prenderne le distanze scherzandoci su».
Come ha influito sui femminielli il cambiamento del tessuto sociale della città?
«A partire dal 1980, in seguito al terremoto, il tessuto urbano della città è profondamente mutato. Nei vicoli c’è stato l’insediamento degli extracomunitari e sono sorte attività commerciali destinate ai turisti per cui i femminielli sono sconfinati in quartieri anonimi come Ponticelli o Scampia e nell’area vesuviana. Di conseguenza, è venuta meno la solidarietà che legava in passato gli abitanti del vicolo e si manifestava anche verso i femminielli, protetti dagli stessi guappi. Il disorientamento ha spinto i femminielli a cercare nuove forme di inclusione sociale».
Oggi non esistono più i guappi, assorbiti dalla camorra, una forma di malavita organizzata che sottotitola negativamente la vita civile e di cui sarà difficile liberarsi. A che va attribuito il loro declino nel Novecento?
«Il guappo si può considerare oggi una figura anacronistica, essendo legato alla realtà del vicolo in cui assolveva un ruolo ben preciso, amministrando, a suo modo, la giustizia e anteponendosi alla stessa legge. In seguito al cambiamento del tessuto sociale, di quel vicolo in cui era il “re” rispettato e riverito, il guappo sopravvive ormai solo negli atteggiamenti da “spaccone” e da “gradasso”, tipici dei bulli e di chi è violento e inosservante delle regole di una serena convivenza civile».
Quanto tempo hai impiegato nel lavoro di ricerca necessario allo studio?
«Il mio saggio è incentrato su due personaggi a cui ho riservato il medesimo spazio. Del guappo mi ero già occupata nel mio studio monografico edito nel 2004 dalla Kairòs per cui ho ampliato il discorso sviluppato in precedenza con un approccio più critico che divulgativo. Il femminiello ha rappresentato, invece, per me un soggetto inedito e, in quanto tale, ha richiesto un attento lavoro di ricerca, in cui mi sono avvalsa della consulenza dello psichiatra e attivista Lgbt Manlio Converti».

RISPONDI