La gestione dell’acqua pubblica è fonte di lacerazioni politiche talvolta insanabili, se da un lato si riconosce essere l’acqua un bene comune non alienabile, non vendibile e non privatizzabile, dall’altro la sua gestione crea ambiguità e appetiti.
Il referendum del 2011 stabilì due princìpi: l’acqua non si può privatizzare e va esclusa la remunerazione del capitale del gestore.
L’attuale regime normativo consente ai Comuni di affidare l’acqua a gestori privati, a quelli misti o a quelli in house.
La Regione Campania, con L.R. 2 dicembre 2015, n. 15 ha previsto il riordino del servizio idrico integrato e istituzione dell’Ente idrico campano.
Per saperne di più, visto che il tema è complesso e poco conosciuto, ne parliamo con Salvatore Parisi, membro del comitato esecutivo dell’ente idrico campano.

Qui sopra, Salvatore Parisi
In alto, foto di Arek Socha da Pixabay 


Caro Salvatore, al netto della previsione del legislatore regionale, a che punto siamo nell’attuazione dei princìpi contenuti nella legge della Regione Campania?

«Premesso che l’attesa vana di approvazione di una legge sull’acqua del Parlamento Nazionale, che sembrava imminente dopo la presentazione alla Camera della proposta da Daga (Movimento 5 Stelle) durante il Conte 1, la sua mancata approvazione per le divisioni insuperabili registrate durante la discussione del testo ha reso ancora più frustrante e debole ogni aspettativa di una nuova legge di cui ci sarebbe un grande bisogno.
L’inerzia poi su questo tema che si registra anche col Governo Conte 2 da la sensazione che siamo lontani dall’avviarsi a segnare novità rispondenti al volere degli italiani che si sono espressi col referendum a favore di un ritorno a gestioni pubbliche della risorsa Acqua. Tuttavia oggi il Ciclo Idrico Integrato in Italia è saldamente in mano all’autorità nazionale di controllo e regolazione, l’Arera (Agenzia che regola con decisione del governo Monti anche i servizi idrici) che si muove e asseconda  le gestioni attuali con le leggi di riferimento Nazionali ed Europee che consentono società pubbliche, società miste, affidamenti a privati  con logiche  di mercato.
Le scelte che Arera compie sono lo strumento che sempre più modella le gestioni del servizio in Italia. Un modello che attraverso una analisi di qualità di controllo delle gestioni e della efficacia dei servizi erogati agli utenti, dispone premialità e penalità che incidono direttamente sulle tariffe e indirizza le gestioni su un modello industriale a cui bisogna uniformarsi, di fatto, mettendo fuori dalle norme regolate tutte quelle gestioni che non raggiungono i parametri di qualità stabiliti dalla Autorità. Un modello chiaro di indirizzo e di scelta teso a favorire aggregazioni e spingere attori (Comuni, Aziende) a costituire soggetti industriali ampi, anche a dimensione regionale e provinciale, in grado di evitare la frammentazione e raggiungere standard di impresa capaci di aumentare economie di scala su costi, uso delle risorse e servizi di qualità all’utenza.
La Campania tra le regioni del Mezzogiorno è oggettivamente fortemente indietro su questo percorso. Nella nostra regione pur essendo stato varato con la legge 15 del 2015 l’Eic (Ente idrico campano) come unico Ente d’Ambito, esso è diventato operativo con il completamento degli organi, tra cui la fondamentale scelta del direttore generale a cui la legge assegna compiti enormi e, dopo lungaggini varie, solo a gennaio del 2019 con il trasferimento del personale dei disciolti vecchi enti d’ambito».

Sembrerebbe di capire che a fine dicembre 2020 l’Ente idrico campano si appresterebbe a definire il Piano d’Ambito Regionale strutturato in 5 Distretti. La città di Napoli si ritroverà, assieme ad altri 31 Comuni, a far parte dell’Ambito che, più o meno, corrisponderà alla città Metropolitana di Napoli. I Comuni di questo ambito attualmente adottano soluzioni di gestione dell’acqua diverse tra di loro: Napoli in house (Abc), Frattamaggiore e Casoria si affidano a privati, i 6 Comuni ischitani attraverso una SpA, Procida con una srl. Credibilmente quanto tempo passerà per portare il tutto a sintesi e, grosso modo, in che direzione?

«L’Eic in Campania è strutturato su 5 distretti in cui operano allo stato diverse società, sono S.p.a. pubbliche, società consortili tra comuni, società miste e 178 comuni presenti in tutte le Province su 550 che gestiscono in house. Nel Distretto di Napoli oltre alla Azienda Speciale Abc ci sono Comuni importanti come Giugliano, Pozzuoli, Volla, Caivano, Mugnano, Afragola, Marano, che non hanno società di gestione e operano in proprio con notevoli problemi di efficacia del servizio reso ai cittadini. Delle gestioni in Campania solo una viene considerata allo stato in regola con la legge per gli affidamenti a un gestore ( Go.Ri. Sarnese-Vesuviano), una scelta avvenuta in seguito ad una gara molto controversa e ancora oggi contrastata strenuamente da movimenti di cittadini molto attivi che segnalano tra l’altro una tariffazione troppo onerosa per le famiglie.
La scelta per gli altri gestori dei distretti avverrà a valle della approvazione definitiva del Piano d’ambito regionale e di distretto, la cui Adozione è avvenuta alla unanimità nella seduta del Comitato Esecutivo Regionale il 28 dicembre 2020. Il Piano è uno strumento tecnico di pianificazione e contiene, secondo la volontà degli estensori dopo la sua definitiva approvazione, la prefigurazione del Piano di Sviluppo a 30 anni del Servizio Idrico Integrato in Campania. Conterrà la Ricognizione delle Infrastrutture Esistenti, il Programma degli Interventi, il modello Gestionale e Organizzativo, il Piano Economico Finanziario. Il Piano con un cronoprogramma che lo porterà alla approvazione consentirà una vasta consultazione per recepire proposte e integrazioni, al fine di farlo diventare, nelle intenzioni, uno strumento importante per adeguare e migliorare le gestioni e l’uso delle risorse idriche in Campania.
Nel corso di questo processo si aprirà la discussione nei distretti per la scelta della proposta di indirizzo sulla tipologia del soggetto gestore che dovrà passare al vaglio del Comitato Esecutivo Regionale di Eic per l’approvazione definitiva. Bisogna considerare che gli effetti del piano d’ambito regionale (che secondo la procedura sarà sottoposta a V.A.S.) dovrà avere sviluppi sulla scelta in concreto dei soggetti a cui affidare le gestioni nel giro di 2 anni circa.
Bisogna oggi, quindi, preparare e far maturare le scelte con una grande partecipazione di cittadini e Autonomie Locali, domani sarà già tardi, occorre recuperare i ritardi e la consapevolezza di una discussione che deve essere partecipata e pubblica».

Nonostante la Legge Regionale porti data 2015 ci sono ancora i Commissari Liquidatori per i disciolti Ato, per la chiusura delle pendenze pregresse. Questo può essere un ulteriore motivo di ritardo per la costituzione dei Distretti?

«La legge 15/2015 con una integrazione fatta con una finanziaria regionale nel 2018 ha dettato dei tempi ampiamente scaduti per chiudere le pendenze delle gestioni pregresse e ora di chiuderle ed eventualmente lasciare a Eic le pendenze rimaste. Non ha senso per il Consiglio Regionale della Campania non intervenire per mantenere strutture già da tempo destinate ad essere superate, e questo lo si potrà fare anche con una verifica su come ha funzionato la legge e su come potrebbe essere adeguata rafforzando il ruolo e il coinvolgimento dei Comuni, con scelte atte a garantire la ricerca di un obbiettivo da cogliere, quello di aiutare concretamente i comuni a stare insieme per dotarsi di strumenti sovracomunali, senza i quali è difficile immaginare gestioni di qualità efficaci ed economiche senza gravare sui cittadini attraverso le tariffe».

I Comuni, fino a questo momento storico, non hanno certamente brillato nella gestione dell’acqua, tra ritardi e mancati controlli della rete distributiva potrebbero essere quasi tutti bocciati (tranne qualche rara eccezione come Napoli). Ci si può attendere da questi un nuovo e rinnovato protagonismo nel prossimo immediato futuro, oppure devono cedere di fronte a un nuovo equilibrio? Insomma, saranno in grado di accettare la sfida epocale della difesa di un bene della natura?

«A mio avviso senza un adeguato rilancio del ruolo
e delle funzioni dei Comuni che ne rafforzi la centralità quale istanza più vicina ai cittadini, sostenuta con un adeguato investimento di risorse economiche statali e regionali e utilizzando bene anche le leve delle nuove risorse Europee, sarà difficile avere politiche efficaci degli Enti Locali.
In un settore dove gli investimenti più consistenti sono stati fatti con la Cassa per il Mezzogiorno in tempi ormai lontani ed oggi impianti e reti manifestano i segni della loro obsolescenza ed attendono interventi di adeguamento ingenti, non tutto potrà essere finanziato con la tariffa tartassando gli utenti. I Comuni insieme dovranno battersi per investimenti extra tariffari per modernizzare le reti di adduzione e distribuzione, per evitare le perdite di rete che gravano con percentuali altissime, in un’epoca di siccità dovuta ai cambiamenti climatici.
Ci sarà bisogno di un grande lavoro di ricomposizione anche ai fini ambientali del ciclo, che ad esempio ci segnala gravi inadempienze nella gestione del sistema fognario e della depurazione ed è sottoposto a sanzioni milionarie che l’Italia sta pagando alla Comunità Europea, per le inefficienze molto presenti in Campania, dove è noto che la depurazione è in mano alla Regione Campania che non pochi disastri ha prodotto in passato e a cui solo da poco sta tentando di porre riparo con un Accordo di Programma Governo-Regione-EIC da 171 milioni di euro, per finanziare opere che rispondono alle procedure di infrazione, distribuendo queste risorse per progetti a Comuni e gestori, un lavoro di grande responsabilità che si avvale anche di un Commissariato Straordinario per rispondere alle procedure di infrazione alle norme comunitarie, affidate da poco nelle mani competenti dell’ing. Maurizio Giugni della Università Federico II, che in Campania sta seguendo molto le procedure di adeguamento degli impianti di depurazione, tra cui quello di Napoli-Est a Ponticelli affidato dalla Regione ad un gruppo di imprese per un revamping.
Infine, credo che nel Distretto Idrico di Napoli i Comuni, anche quello di Napoli, possono fare di più muovendosi insieme per evitare che la gestione vada in mani private, altrimenti, e non sarà un bene, Abc-Napoli potrebbe essere nel tempo circondata da soggetti via via più forti. Il Distretto Idrico di Napoli di Eic ha approvato da tempo una delibera di indirizzo chiara, sulla volontà di arrivare ad un gestore pubblico nei 32 comuni che faccia perno su Abc-Napoli A.S. Ma l’inerzia e le distrazioni nella mancata costruzione di questo processo fanno il gioco delle grandi concentrazioni private, e questi vanno alla conquista dei territori in difficoltà offrendo i propri “servigi” in maniera “convincente”».

Il Comitato consultivo sul servizio idrico integrato, con funzione di tutela degli utenti, non è stato mai costituito (art. 20 L.R. Della Campania n. 15/2015). Come in molti settori della vita pubblica la partecipazione viene costantemente declamata ma mai applicata fino in fondo. Secondo te, il diritto all’acqua, l’uso consapevole e sostenibile di questa risorsa e la sua qualità, debbono essere decisi anche e soprattutto dai cittadini oppure dobbiamo rinunciare definitivamente a questo protagonismo?

«Questa richiesta è stata più volte sollecitata dal sottoscritto in Comitato esecutivo regionale in questi anni, anche con istanze scritte, tuttavia, il Presidente dell’Eic mai è riuscito su questo punto ad avere ascolto dal Consiglio Regionale nella passata consiliatura, forse anche per aver posto tiepidamente il tema della partecipazione e del controllo dei cittadini sul tema dell’acqua.
Ma forse qui c’è stata una sottovalutazione anche dei movimenti civici, troppo tesi a non accettare il varo di un nuovo Ente d’Ambito di cui c’era necessità e non hanno ritenuto di battersi per questo risultato.
Ma sulla esperienza del movimento per l’acqua pubblica credo bisognerà fare una riflessione approfondita in Campania e trovare insieme risposte con strumenti nuovi, agili, anche normativamente, e una necessità ineludibile che consenta di mettere insieme comuni per una gestione industriale dei servizi idrici, facendo salva la loro autodeterminazione».
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