Questa fiaba è nata tre anni fa, quasi per gioco. Avevo come ospiti graditi Svetlana Zakhrova e la sua famiglia. Svetlana è la signora che ha tradotto i miei libri in lingua russa (“Macedonia e Valentina”, “Bambola di stracci”) ma è anche una cara persona, affabile gentile, di carattere gioviale. Una sera a cena mi chiese di scrivere una fiaba,  lei avrebbe pensato a disegnarla e magari a tradurla in lingua russa. L’idea mi piacque subito, nel frattempo,  sul divano, dove eravamo seduti,  una farfalla dorata si posò sulla mia mano. Erano le dieci di sera…scoprii in seguito, che era un saluto di un mio amorevole amico… Tore. Così nacque il titolo, cosi nasce la storia… che dedico a Tore, lontano ma vicinissimo. Il tempo è passato, tanti sono gli scritti chiusi nel mio cassetto. Poi Anita Pavone , splendida attrice napoletana, mi  ha chiamato dicendomi di aver registrato la mia fiaba. Ne ha postato il video sul suo profilo facebook: con la sua bella voce accompagnata da un leggero sottofondo musicale racconta “La farfalla dorata”. Grazie Anita per la bella interpretazione. Leggetela fino in fondo… purtroppo è attuale….

Cera una volta la fata Universo chiamata da tutti La farfalla dorata per il suo aspetto di grande farfalla, vestita di mille colori e con delle enormi ali dorate, anche i suoi capelli erano lunghi, dai colori dell’arcobaleno, mentre i suoi occhi avevano pagliuzze d’argento, rame e oro.
La nostra fata aveva il compito di volare in tutto l’universo, per controllare e visitare altri pianeti, aveva anche il potere di cambiare le cose, il modo di agire e di fare.
Un giorno, dopo anni che girovagava per i cieli, disse a se stessa: «È arrivato il momento di prendermi una bella vacanza». Ma era dubbiosa, non sapeva dove andare a riposarsi, aveva girato tutto l’universo, poi le venne l’idea. «Andrò sulla terra, quel pianeta mi è sempre piaciuto, sono millenni che non ci vado, è molto bello, pieno di acque cristalline, di mari azzurri e verdi, tanti colori che fanno bene all’anima e alla vista, voglio visitare quel mondo pieno di animali bellissimi, accarezzare gli alberi, i fiori, accarezzare la bianca e pura neve, l’erba verde, il grano dorato. Poi c’è il Sole che con i suoi raggi riscalda la terra, ancora la bianca e romantica Luna».
Di solito Universo quando andava a visitare qualche pianeta era invisibile, nessuno la poteva vedere, solo i bambini sentivano la sua presenza.
La fata, però, questa volta decise di prendere sembianze di un essere umano, e scelse di essere una donna bellissima, occhi blu, capelli neri, alta, slanciata e molto dolce. Doveva decidere in quale città per sostare, scelse Napoli in Italia, un paese che sempre l’aveva affascinata, per la sua bellezza, il suo stile di vita, l’arte e la cultura, e poi Napoli aveva un popolo gioviale canterino, con una storia importante, ma era anche una città difficile, nei suoi ricordi. Però lei aveva amato molto questo popolo e aveva piacere di rivederlo e viverlo.
Così Universo si trasformò e di notte scese dal cielo a Napoli. Adesso doveva trovare una casa, cosa che fece subito. Prese possesso di un rudere sopra la collina di Posillipo, una zona panoramica e molto bella di Napoli, si adagiò sul letto e stanca par il viaggio si addormentò.
Al mattino Universo si alzò e affacciandosi dal balcone ammirò le bellezze della città, gli anni erano passati: Napoli aveva cambiato il suo aspetto, troppi palazzi, troppe costruzioni sfregiavano il paesaggio.
Universo era una fata molto intelligente e capì subito e a malincuore che il progresso aveva fatto il suo percorso, non le piaceva ma doveva anche lei stare al passo con i tempi. Decise di visitare la città, e quando si trovò davanti una Napoli diversa da come l’aveva lasciata, rimase allibita, gli alberi avevano perso il loro colore verde splendente, i fiori non avevano più quelle belle tonalità, ma quello che le faceva più male erano le facce dei napoletani, anche se sorridevano notava un velo di tristezza, era sparito dal loro viso quell’allegria contagiosa, di solito parlavano ad alta voce, era un loro modo di esprimersi, ma quel tipo di espressione non era più sincera, il tutto sembrava artefatto.
Universo girò per i quartieri, per i vicoli, le stradine, il lungomare, la bellezza della città di Napoli era rimasta immutata, come lo era il suo fascino di città antica, complicata, a volte esagerata nelle sue espressioni, ma non era la Napoli che decantavano i poeti, i pittori, gli scrittori, e nemmeno Universo quasi non la riconosceva più… era cambiata. Delusa e amareggiata, Universo decise di cambiare città, sempre di notte volò per andare a Roma, un’altra città stupenda, la “città eterna”, ma anche qui trovò smog, troppe auto, un aria non più fresca che ti faceva bene al cuore, anche qui gli abitanti avevano costruito troppo, ancora una volta decise di andare via, visitò Firenze, Venezia, Palermo, le più antiche e belle città italiane.
Non era per niente contenta, la fata Universo, però amava quel paese, allora decise di volare e battere le sue ali dorate per dare vigore e splendore a quelle città. Mentre dalle sue ali scendevano polveri e scaglie di oro, tutta la popolazione si azzuffava in modo violento per impossessarsi della preziosa polverina, allora lei prese coscienza che erano diventati avidi e incattiviti nell’anima, fece un giro su se stessa, poi soffiò sul paese un alito grigio e maleodorante, tutta l’Italia diventò incolore, il sole si nascose dietro una nuvola nera, tutto si fermò, la gente era impaurita, non parlava più, comunicavano con i gesti. Universo non voleva guardare quello scempio e volò verso un altro paese, la Russia.
A Mosca Universo scosse le sue ali, ancora una volta un paese diventò grigio, ancora una volta, prese il volo, visitò la Spagna, altri continenti, i mari, i nevai dei due poli, Artico, Antartide, ma nel suo viaggio trovò, guerre, violenze, poco rispetto per la vita, per il pianeta, lei sapeva che esistevano essere umani buoni, che volevano bene alla terra e la rispettavano, ma non poteva permettere a quella maggioranza di distruggere la parte buona, dovevano avere una lezione di vita.
La fata dorata prese un volo che quasi raggiungeva la Luna, poi si bloccò di colpo e lanciò una maledizione. «Tu popolo della terra, da oggi in poi, vivrai nell’oblio, nell’oscurità, nessun colore potrai vedere, anche il cielo sarà per sempre grigio, e anche voi sarete di colore grigio… fino a quando… io ritornerò e se troverò un cambiamento, se mi dimostrerete che amate il vostro pianeta, io vi farò di nuovo vivere i colori e la gioia. Al mio ritorno voglio trovare una mela rossa, una margherita gialla, un piccolo fascio di erba verde, un bambino che sorride… ecco, se troverò queste cose allora le mie ali dorate vi ridaranno indietro tutto quello che vi è stato tolto… Addio».
Pronunciate queste parole, Universo sparì nel buio del giorno e della notte, lasciando i terrestri tristi e senza colori. La fata dorata riprese il suo vagare per i pianeti dell’universo, dimenticandosi della terra. Ma intanto cosa succedeva sul pianeta maledetto da lei? All’inizio tutti erano sconvolti, inebetiti da quella nuova vita senza luce, profumi, colori, vagavano come fantasmi, nessuno si guardava negli occhi… poi un giorno una bambina, salì sul monte più alto del mondo e rivolgendosi alle popolazioni disse:  «Io posseggo un sacchetto di semi, sono semi di girasole, di pomodori, semi di un albero di mele, dobbiamo trovare un posto dove questi semi possano crescere e fare nascere nuova vita, così quando la fata dorata ritornerà ci ridarà di nuovo tutto quello che ci è stato tolto».
 Molti potenti della terra volevano impossessarsi del sacchetto di semi, ma la bambina insieme a altri ragazzini scappò via, tutto il mondo li cercava, ma i bambini furono scaltri. Si nascondevano e quando la gente dormiva attraversavano le grigie foreste, i dormienti laghi e fiumi, finché un giorno, stanchi per il tanto girovagare, si fermarono su una piccola isola, seminarono il contenuto del sacchetto, e miracolosamente un fascio di luce illuminò la radura dove avevano sotterrato i semi.
Gli anni passarono. Forse cento, mille anni, forse solo alcuni giorni, il tempo si era fermato, nessuno lo sapeva, sulla piccola isola illuminata dall’unico raggio di sole esistente sulla terra, la vita scorreva allegramente, gli alberi crescevano, davano frutti, non esistevano capi, non esistevano governi, solo bambini che non crescevano mai, rimanevano sempre innocenti ragazzini che lavoravano la terra, che si proteggevano tra di loro, si raccontavano le favole, festeggiavano la nascita di ogni frutto, ogni fiore che cresceva.
Intanto la gente aveva dimenticato i bambini con il sacchetto di semi, le popolazioni del mondo avevano troppi problemi di sopravvivenza, con il tempo si abituarono a queste terre senza colore, divennero tutti uguali, non esistevano più regine, re, governatori, servi, poveri, ricchi. Esisteva solo il grigio, si dimenticarono anche della fata dorata e della sua maledizione, i popoli vivevano tristemente e senza sorriso.
Ma la fata dorata? Universo non ricordava più il pianeta terra, aveva dimenticato quella gente… gente che aveva distrutto con le proprie mani un creato cosi bello e splendido, come avevano potuto distruggere tutto quello che era stupendo? Per cosa poi? Per bramosia del potere, della ricchezza, dell’avere.
La nostra fata era a miliardi di anni luce lontana dalla terra, esattamente sul pianeta “Fiore di bosco” dove viveva un popolo di donne e uomini molto buoni, rispettosi del pianeta, ed era anche un popolo di viaggiatori.
Una sera venne invitata a una festa, era un matrimonio tra un uomo del popolo dei Fiori e una donna di etnia del popolo delle Bacche, sul quel pianeta non si faceva distinzione di etnie, di colori, erano tutti uguali, convivevano tutti insieme, Bacche, Fiori, Foglie, Agrumi, insomma varie tribù che si amavano.
Durante il banchetto, la fata ascoltò attentamente un racconto di un viaggiatore del popolo delle Foglie, che con la sua melodiosa voce diceva: «Un giorno ho visitato il pianeta Terra… un posto straordinario, gente gentile e buona, molto rispettosa della natura e dell’essere umano, amavano e tutelavano, i bambini, le donne, gli anziani, poi la natura era meravigliosa, riscaldata e illuminata di giorno da una stella chiamata Sole, mentre la notte viene illuminata da un satellite chiamato Luna.
Una volta avevo un malore, non ero abituato a quel clima, ebbi uno svenimento, e quando riaprii gli occhi, trovai intorno a me tanta gente, che mi diceva parole di conforto, che mi dava da bere un rinfrescante liquido chiamato acqua, furono tutti amorevoli. Quel posto mi è rimasto nel cuore… un giorno ci ritornerò».
Universo ricordò che aveva lasciato la terra nel buio per anni, aveva dimenticato quel posto, decise di ritornarci… e così fece. Lasciò la festa, si mise in volo e in poco tempo si ritrovò sulla terra.
Nulla era cambiato, tutto era grigio, le popolazioni si erano abituate a quel non colore, le generazioni nuove avevano costruito incolori palazzi, fabbriche, agricoltura, mezzi di trasporto, cibo… tutto non aveva colore. Universo ebbe pietà di quel bel mondo, ma ben presto capì che l’essere umano non aveva cambiato la propria anima… anche quella era grigia… la cattiveria e il rincorrere il potere, esistevano ancora, anzi tutto era peggiorato, allora la buona fata decise di dare più tempo, e si ripromise di ritornare sulla terra per vedere se ci fosse stato un cambiamento.
Riprese il volo la fata Universo, e mentre volava si girò per salutare una ultima volta il pianeta… ma una luce molto forte e bella attirò la sua attenzione, mille pensieri si affacciavano nella sua mente.
«Ma come? – pensò- Io avevo oscurato la luce, avevo negato per sempre i colori… quella luminosa luce da dove proviene?».
Universo era affascinata da quella splendida luce e decise di andare a vedere, planò di nuovo sulla terra e raggiunse una piccola isoletta, si ritrovò tra radure verdi, uliveti, frutteti, granai, animali che correvano liberi in mezzo ai prati.
Mentre guardava tutto questo splendore, una bimba dai capelli rosso fuoco le si avvicinò e disse porgendole un frutto: «Mangia questa mela gentile e bella donna , e dolce come sono i tuoi occhi».
Universo prese la mela e diede un morso, era squisito il frutto, dolce e rosso come una pietra preziosa. La bambina sorrise e cantando andò via. Universo cambiò il suo aspetto, divenne un uccellino dalle piuma argentate, e volando si poggiò sulla spalla della creatura dai capelli rossi, come se quel gesto fosse naturale.
Correva la piccolina, saltellando tra papaveri e margheritine, mentre intorno a lei donne intonavano canti mentre raccoglievano grano, che sarebbe diventato ben presto bianca farina, più avanti giovani uomini, erano curvi a raccogliere riso.
Universo restò a lungo sulla spalla della piccola, e vide che quella popolazione viveva felice, con allegria, si accontentava di poche cose, la sera tutti intorno a un caldo fuoco, le donne più anziane raccontavano antiche storie, raccontavano di una fata buona e bellissima che aveva lanciato una maledizione affinché il mondo intero si ravvedesse e prendesse coscienza: stavano distruggendo una cosa bella che aveva regalato doni inestimabili, quella cosa bella si chiamava … terra.
Universo, colpita da quelle nobili parole, senza accorgersene, iniziò a piangere, le sue calde e dorate lacrime coprirono tutto il pianeta, raggiunsero il cielo, squarciarono le nuvole, il sole illuminò di nuovo la crosta terrestre, le acque diventarono cristalline, tutto riprese il suo colore naturale,.
Universo si librò in volo e battendo le sue ali dorate lanciò tanta polverina brillante che accarezzò le anime dei popoli della terra facendo loro prendere coscienza di quanto era bello questo pianeta, anche ricordi antichi entrarono nella mente delle persone, e tutti come in un film in bianco e nero, rividero il loro passato, tutti piangevano per il dispiacere di quello che avevano fatto. Universo sorrise compiaciuta e emozionata, allargò le sue ali dorate e prese il volo… ma una bambina salì su una collina e incominciò a cantare una canzone.
«O farfalla… farfalla dorata, tu che sei venuta dal cielo stellato… Non andar via, resta con noi, e proteggi con le tue ali dorate questo mondo, per te beato… O farfalla farfalla dorata che sei venuta dal cielo stellato… abbraccia noi tutti, proteggici con le tue parole e i tuoi canti dolci… grazie di tutto farfalla dorata che sei venuta del cielo stellato»..
Universo si emozionò al quel canto di bambina innocente, guardò ben bene tutte le popolazioni, vide i loro occhi pieni di luccicanti lacrime, vide le mamma e abbracciavano amorevolmente i loro figli, mentre i papà accarezzavano le loro testoline…
Sì-  disse a se stessa- il pianeta terra era cambiato… Mah!! … era ancora dubbiosa, allora … volò… volò cosi forte che si vedeva solo una scia luminosa, e poi scomparve. La gente piangeva di commozione… poi si sa… la vita continua, e anche i terrestri continuarono a vivere le loro vite.
Ma una cosa non vi ho raccontato. Universo, la fata dorata, non è mai andata via, infatti ogni anno, in corrispondenza con il solstizio d’estate nella pratica, al tramonto, i raggi del sole si infilano tra quattro blocchi di pietra sistemati in modo tale -un blocco alla base, due colonne e una traversa sopra di loro- da proiettare su un quinto monolite poco più avanti una perfetta farfalla dorata.
Tutto questo avviene sulle alture tra Lerici e Romito Magra, in località Monti San Lorenzo, precisamente sul monte Caprione, in Liguria. C’era una volta – ma esiste ancora- la fata Universo, chiamata da tutti la farfalla dorata.
Se vi capita di visitare l’italia, andate a vedere questo magico spettacolo, ci fa piacere pensare che Universo abbia voluto fare un regalo alla terra, ma anche lanciarle un monito per far capire che lei vigila con le sue soavi ali vestite del colore dell’oro, pronta a punire chi non rispetta la natura e l’essere umano.
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