La zona orientale della città di Napoli sembrerebbe il più interessante  case study per un processo di riqualificazione territoriale ed ambientale, come necessaria precondizione per uno sviluppo che tenda a creare occupazione.
Al netto delle regole urbane, tracciate negli anni ’90, nulla si è mosso per invertire una tendenza dissolutiva e che sapesse far rispettare i contenuti del disegno urbanistico, pur interessante e volitivo. Allora si tratta di riprendere quel sogno interrotto di un luogo pulito (compatibile), decompresso (verde), integrato (funzioni che si parlano), produttivo (nuova industria), inclusivo (che parli agli emarginati).
Innanzitutto ricomporre le rotture. 1) Tra i nuclei storici dei quartieri orientali e le parti di margine collocate al confine (distacco urbanistico, edilizio, economico e sociale). In questo quadro l’Edilizia Residenziale Pubblica è diventata un fenomeno espulsivo, ha creato riserve territoriali, non ha saputo creare una condizione di scambio tra i diversi ceti sociali e non ha voluto integrare vecchio e nuovo, luoghi e persone, strutture e vivibilità.
2) Tra il mare e il retroterra. In nessuna città del mondo, probabilmente, il mare non diventa beneficio, elemento integrativo, polmone di sviluppo. In questo caso la separatezza viene accentuata da una simil-vocazione industriale che ha solo sete di creare piattaforme inquinanti, insicure, nascoste al territorio.
3) Tra quel che resiste di un vecchio ciclo produttivo e il territorio circostante. A partire dalla Q8, il cosiddetto Ambito 13 del PRG, le ex raffinerie che sottraggono 420 ettari complessivi di territorio. Un milione e mezzo di mq di industrie ad alto rischio di incidente rilevante, quali Eni, Energas, Esso, Italcost, Petrolchimica partenopea, Kuwait, Termobit. Una grande superficie dove non si nota un solo metro quadrato di terreno bonificato, come niente che venga restituito alla collettività, recuperato alla comunità.
4) Tra la viabilità ordinaria (interrotta, spezzata) ed un reticolo viabilistico formato da sottopassi, sovrappassi, innesti autostradali, sopraelevate. Tutte opere stradali giustificate per mantenere un ciclo industriale pesante, inquinante ed invasivo; e poi ancora sedimi ferroviari, fasci di binari, reti elettriche.
E quando si comincia a ragionare, dopo tutta questa senescenza urbana, si toppa in maniera clamorosa. Quindi, bisogna provare a sgomberare il campo, allontanando almeno due retoriche. La prima: Il presunto nuovo sviluppo si vorrebbe affidare, in primo luogo, alla Zona Economica Speciale (ZES), da creare a ridosso della zona portuale. Un antico pensiero tracciato da una proposta degli anni ’90, ispirata dalla destra missina, della cosiddetta zona franca nel Porto di Napoli, da costituire anche nei porti di Genova e Venezia. A sancirlo fu la Legge 12 luglio 1991, n. 202.
La ZES crea una sperequazione economica, disegna opportunità limitate ad un nucleo di soggetti produttivi, avvantaggiati da sgravi fiscali ed agevolazioni, a discapito di tutto il resto. Non si può immaginare una ripartenza dello sviluppo con qualcosa che favorisce vuoti economici, ai vantaggi per pochi corrisponderebbero svantaggi per tutti i restanti soggetti imprenditivi. Differenze di costo del lavoro, di tassazione e di condizioni diverse di commercializzazione.
La seconda: avanzano nel dibattito urbano le cosiddette eccellenze. Se in un territorio conurbato, dormiente, sostanzialmente post-industriale, ci metti una eccellenza (Apple) e non riqualifichi il tessuto circostante, e non integri quel sito innovativo a quanto è già deperito, e non crei alcuna occasione di scambio tra comunità diverse, molto probabilmente vi sarà, nel medio periodo, un affievolimento dell’intero territorio, una condizione urbana che tenderà al ribasso, si rilasserà pure l’eccellenza. Questa retorica amplifica le distanze: le eccellenze vengono gratificate a discapito del restante che, inevitabilmente, si abbandonerà.
Così, mentre muore la Whirlpool, una multinazionale che nel secondo semestre del 2020, nonostante la pandemia, aumenta gli utili del 40%, si bada all’eccellenza e non a quanto già troviamo sul territorio, si parla del nuovo mentre si sacrifica l’esistente. Una logica “vuoto per pieno”: si distrugge forza lavoro per crearne altra, più flessibile, sottopagata e ricattabile.
I quartieri orientali sono ripiegati su se stessi, vivono di “forza” centripeta, non escono fuori, non catturano i presunti vantaggi del centro, rimangono “dentro” fino ad esaurire le proprie forze. Sono stati concepiti come se dovessero essere autosufficienti, ma tali non sono, non costuiscono autonomia, non fanno la differenza. Barra non ha un solo bancomat per i circa 40 mila abitanti. A Ponticelli, il secondo quartiere più popolato di Napoli, nelle torride giornate estive si spara ad altezza d’uomo sui marciapiedi ad opera di giovani annoiati, ci si ubriaca con vino dal misero costo di un euro a bottiglia, si piazzano bombe intimidatorie nei contenitori per la raccolta dei rifiuti. A San Giovanni a Teduccio non trovi un cinema. A Poggioreale non esiste un centro urbano, un attrattore sociale che sia definibile come tale.  
E il Covid – 19 ha aggravato enormemente la condizione di libertà personale, la gente onesta di queste territorialità, che è la stragrande maggioranza, tra restrizioni e limitazioni personali, arretra e si rinchiude, a vantaggio di quei pochi balordi impuniti che violentano queste aree con le persistenti attività illecite e se ne impossessano indisturbati, sprigionando i propri rapporti di forza su di esso. Fino a controllarlo a vista in ogni angolo.
Ma non tutto è perduto. Va ravvivato, prima di tutto, quel largo tessuto associativo allo stato stordito da più mancanze, vanno incoraggiate quelle iniziative civiche di resistenza che hanno permeato quei quartieri di un humus democratico che ha formato coscienze di lavoratori, di giovani, di studiosi. Fino a ricostruire un ambiente sociale e intellettuale come premessa di un nuovo fatto storico e culturale.
Ma, così come l’ambientalismo senza una ragione di classe diventa un onesto giardinaggio, così una nuova condizione urbana senza chi deve viverla, quella cosa nuova, diventa un disegno calato dall’alto e non corroborato da chi ne deve legittimamente usufruire.
Tuttavia, spunti organizzati non mancano, vivi sono quei movimenti che ostacolano l’ulteriore degrado sociale ed ambientale.
Non è più rinviabile, quindi, la creazione di una condizione che prefiguri il passaggio da una “vertenzialità fatta per obiettivi” ad una che sia in grado di prefigurare il “futuro”, riannodando la complessità delle vicende sparse.
Per questo, bisogna ritornare sui banchi di scuola della politica e studiare cosa ci circonda, ascoltare la domanda sociale e tentare di rappresentarla.
Il destino della zona orientale (foto) lo disegnino innanzitutto le comunità di donne e di uomini che ci vivono e ne pretendono legittimamente un futuro.
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