Materialità di vita o beata ignoranza? Anche in questo 2019 non migliora il divario esistente tra nord e sud del paese in tema di esercizio culturale. Nel Mezzogiorno si leggono meno libri, meno giornali, si va meno a teatro e ai musei. Napoli si difende ancora ma il vortice generale avanza.
Il ragionamento, da qualche decennio, comincia sempre dalla stessa analisi: meno reddito meno cultura. In parte è vero ma non può essere l’unico motivo.
Per esempio, al sud quanto al nord non sembrerebbero molte le differenze di chi va al cinema o allo stadio per una partita di calcio, piuttosto che in discoteca. Allora le disparità si attenuano per quelle attività più leggere.
Non resiste nemmeno più di tanto in piedi l’affermazione che al sud si produce meno cultura che nel settentrione, tutt’altro. Alcuni fattori “oggettivi” vanno analizzati per capire dove va la società ed in che direzione si è attestata la crescita culturale nel nostro paese. Ma anche in questo caso è utile partire con una sintesi da “lontano”.
Innanzitutto dopo il cosiddetto “secolo breve”, coniato intelligentemente dallo storico e scrittore Hobsbawm, il XXI° secolo si caratterizza come mondo “liquido”, così come ci spiega magistralmente il più grande sociologo contemporaneo, Bauman.
Il primo (1914-1991) segnava il monopolio delle grandi culture, la storia dell’umanità fu contraddistinta da avvenimenti che cambiarono (sconvolsero) il mondo, dalle guerre mondiali alla caduta del muro di Berlino, ovvero il passaggio dal mondo diviso in blocchi a quello del presunto “campo democratico” occidentale. Quindi gli scenari sociali caratterizzarono i filoni culturali prevalenti e le espressioni artistiche, con una produzione culturale fin troppo invasiva, penetrante, totalitaria. Elementi che, tuttavia, innalzarono fortemente il clima e la formazione intellettuale.
Al contrario, questo mondo contemporaneo si adopera per l’offerta di massificazione culturale, una vera e propria deriva del nuovo millennio. La cultura non è più una sovrastruttura, un elemento elitario capace di guidare ed influenzare correnti di pensiero. Si individua facilmente un appiattimento sociale in primo luogo dovuto ad una desertificazione culturale.
Da Gomorra a Rosy Abate, dal trash dei reality all’aspirazione prevalente di diventare tutti dei grandi chef. Questi appuntamenti, ormai quotidiani, portano inevitabilmente a una spersonalizzazione dell’individuo, si subisce un pensiero unico, non lo si domina, si resta passivi senza combattere.
Altra condizione “oggettiva” è dominata dai social network e dagli strumenti tecnologici personali. La invasività della comunicazione sociale (e personale) offre un livellamento al ribasso, le notizie non si sa da dove provengono e non esprimono alcuna capacità critica. Questa è l’epoca delle fake news, la falsità diventa un prodotto di massa ed azzera ogni espressione ragionata, non è mai controllabile chi dice e cosa, i modelli culturali risultano conformati e si va verso la omogeneizzazione di usi e comportamenti.
Per ritornare ai rapporti culturali tra settentrione e Mezzogiorno vi è una indubbia condizione “soggettiva” di disparità: la distribuzione delle risorse previste dal Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS), ovvero i finanziamenti pubblici per cinema, teatro, musica, danza, circo e spettacolo viaggiante, raccontano una plateale sperequazione. Storicamente il rapporto tra le tre aree omogenee del nostro paese è più o meno questo: oltre il 50% al nord, circa il 25% al centro ed appena il 20% al sud.
Non migliorano le differenze in tema di istruzione universitaria. Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) delle università statali è stato ridotto di circa il 20%. Ma i tagli non sono stati uguali per tutto il territorio nazionale.
Così, come spiega bene Gianfranco Viesti nel suo saggio “La laurea negata” (editori Laterza), si è creata una netta suddivisione tra atenei di serie A (protetti) e di serie B (tagliati). Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna rappresentano gli “eccellenti”, quindi più soldi a chi è più ricco, mentre il centro e il sud penalizzati con tagli che hanno drammaticamente ridotto l’offerta formativa universitaria, addirittura riducendo ai minimi termini gli atenei di Sicilia e Sardegna.
E allora, l’intervento pubblico si riduce, ma ancor più nelle aree povere, la distribuzione dei residui finanziamenti pubblici non rispetta quella “orizzontalità” tra aree geografiche omogenee e l’appiattimento al ribasso dei modi di comunicare porta direttamente alla decostruzione dei rapporti sociali e culturali. A rimetterci è sempre di più il sud, schiacciato tra le penalizzazioni economiche decise dal pubblico e l’endemica “svogliatezza” di rimettersi in gioco.
Ma questo non toglie dalle pene chi fa meno “uso” della cultura, o meglio, questa non è ancora il prevalente, ovvero non è percepita come una delle leve necessarie per risollevarsi dal resto del paese.
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