A Palazzo Zevallos, in via Toledo 185, Napoli, è in corso, fino a settembre, la mostra “Los Angeles”(State of mind). Ce ne parla Carmine Negro in due articoli. Di seguito il primo.

Comprendere la genesi e la stratificazione di un grande centro urbano vuol dire osservarlo nello spazio e analizzarlo nel tempo, perché una città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano[1].
L’area in cui si trova la città di Los Angeles era anticamente abitata dagli indiani Apache e Navajo; nel 1542 fu conquistata dagli spagnoli e popolata dai Gesuiti. Nel 1767 Carlo III di Spagna, fino al 1759 re di Napoli, ordinò l’espulsione dei Gesuiti dalle terre americane e consentì il successivo stanziamento dei Francescani.
Nel 1781, il governatore Felipe de Neve, con un gruppo di spagnoli, indiani e schiavi, inaugurò il primo insediamento dedicato all’ordine francescano e denominato  “El Pueblo de Nuestra Señora la Reina de los Ángeles de Porciúncula”.
Los Angeles rimase una città spagnola fino al 1821, anno in cui il Messico ottenne l’Indipendenza dalla Corona spagnola e la California entrò a far parte della giovane nazione messicana: nel 1839 divenne capoluogo della California. L’americano John C. Fremont, nel 1846, occupò Los Angeles sottraendola ai messicani.
Due anni dopo, il 2 febbraio 1848, con la firma del Trattato di Guadalupe Hidalgo, si concluse la guerra fra Messico e Stati Uniti d’America e il territorio fu diviso in Alta California, che diventava ufficialmente territorio degli USA, e Bassa California, che continuava a far parte del Messico. Attualmente Los Angeles è la terza città più grande del Nord America, dopo Città del Messico e New York City. Sospesa tra la distesa d’acqua dell’Oceano Pacifico e la “striscia di fuoco” della faglia di Sant’Andrea, la città conserva ancora un cuore antico con le costruzioni risalenti alla sua fondazione a ridosso della strada Olvera.
Un’area metropolitana che impressiona per la sua grandezza, che meraviglia con le sue incredibili architetture, che affascina con i grattacieli del Downtown, centro amministrativo e città nella città, dove i quartieri sono strutturati per concetti tematici come moda (Fashion District), cultura orientale (Little Tokyo), cultura cinese (Chinatown), arte contemporanea (The Broad).
Los Angeles, megalopoli che ospita persone provenienti da più di 140 paesi che parlano 224 lingue diverse, incarna, più delle altre città USA, il desiderio di chi va alla ricerca di fortuna nella vita e nel lavoro: il sogno americano. Uno su sei dei suoi abitanti ha un lavoro creativo e, oltre che nel mondo del cinema e della tv, molti lavorano in settori come la moda, l’arte, l’architettura, il design, la musica, la  letteratura e il teatro. Di sicuro è una delle città più creative del mondo.
I suoi musei e la fiorente scena artistica, hanno un vantaggio sperimentale che spesso manca in altre capitali culturali. Non ultimo, ha un clima temperato tutto l’anno. Anthony  Kiedis, musicista americano e tra i fondatori del gruppo rock Red Hot Chili Peppers, cosi la descrive: Los Angeles mi ha incantato quando ero bambino con la sua energia, e penso che lo faccia anche alla gente. C’è qualcosa del deserto, l’elettricità, le palme, che promette che tutto è possibile. … qui è dove vieni ad esplorare il tuo sogno: che tu lo voglia o no, il sogno diventa realtà, fallisci miseramente o qualcosa del genere, oppure trovi un altro sogno che non pensavi nemmeno ti stesse aspettando …. Do merito all’incantevole atmosfera di questo posto, la natura intrinseca di Los Angeles e della sua valle, le sue montagne, il suo deserto e i suoi coyoti. È una specie di magico inganno”.

Ed Ruscha, Fuel Troubles 1973 Polvere da sparo e pastelli su carta 20×75 cm
Collezione Luigi e Peppino Agrati – Intesa Sanpaolo

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“New York – ha spiegato al “Los Angeles Times” l’artista Scott Campbell – ha respinto la comunità degli ‘strambi’, degli artisti, dei creativi. Lì la gente compra arte per investimento e poi la chiude nei magazzini, a Los Angeles le persone appendono le opere al muro. E danno loro una vita”.
Per il mondo intero, è sempre stata la città del cinema, la mecca dello star system hollywoodiano: nessuno si aspettava che un giorno Los Angeles sarebbe diventata una capitale mondiale dell’arte.
La mostra di palazzo Zevallos racconta una città che custodisce storie e linguaggi di tanti popoli, che parla molte lingue e che vede l’arte come un mondo fatto di sperimentazioni, performance estreme e contaminazione con le culture lowbrow[2] alternative, attraverso le opere di diverse generazioni di artisti che vanno dagli anni dagli anni Settanta ad oggi.
All’inizio, negli anni settanta, stili e linguaggi si sovrappongono senza che un genere riesca a prevalere sugli altri. Le ultime esperienze di pittura astratta di Sam Francis, caratterizzate da organizzazione dello spazio e lirismo del colore, relegato ai margini della tela (Untitled del 1964), coesistono con la Pop Art di Edward Ruscha.
La poliedrica attività di Ruscha, a Los Angeles dal 1956 come grafico in un’agenzia pubblicitaria, coniuga Pop-Art, Astrattismo, Realismo, Minimale e Concettuale ed ha una profonda influenza sulle generazioni successive. Le due opere Colored People e Fuel Troubles del 1973 indagano sulla relazione tra mondo visivo e mondo verbale. La scritta, in assenza di altri elementi, viene esplorata con ironia nel suo potere evocativo enfatizzato dalla realizzazione in prospettiva.
Una critica anche non troppo velata all’esaltazione dei media e dei consumi. L’arte non deve essere mai noiosa, questo dice John Baldessari (artista concettuale) ai suoi studenti.
Presente con Man with handlebar mustache, two branches (5 parts) del 1992 (Uomo con baffi a manubrio, due rami), combina gli elementi utilizzati, sia visivamente che concettualmente, facendo spostare lo sguardo di chi osserva da un elemento all’altro.
Al centro troviamo la fotografia in bianco e nero dei rami di un albero a cui l’artista ha aggiunto una pennellata gialla per suggerire un ramo in più. L’interazione tra fotografia e pittura continua nella cornice superiore, dove nuovamente domina il contrasto bianco e nero dell’opera.
I punti che Baldessari ha dipinto, nelle tonalità dei colori primari rosso, giallo, blu e il suo colore predominante arancione, sulle teste delle persone, ne oscurano la vista. Con gli altri due elementi, il notturno a sinistra e il ritratto a destra (pittura e fotografia), quest’opera offre un eccellente esempio di come l’artista utilizza il linguaggio pittorico come modello per esplorare la realtà sottolineando le potenzialità offerte dal mezzo fotografico.
Nelle opere come questa, in cui non è presente la parola, l’immagine ne assume la funzione e si fa veicolo narrativo. In una intervista Baldessari ha dichiarato: “La mia missione … la mia arte credo fosse quella di rompere certi “no-no” e certi “tabù” per le gallerie. Non ho mai visto fotografie nelle gallerie d’arte, erano sempre nelle gallerie fotografiche. Quindi volevo farlo… fotografare come uno strumento che un artista può usare[3]“.
L’opera The Flintstones (1992), una stampa su alluminio, ci porta a Paul McCarthy, un artista che lavora attraverso i media nella performance, nella scultura e nel cinema. Nei suoi lavori il corpo, espressione degradata della società americana, viene manipolato aggredito travestito. La sua dissacratoria produzione artistica nasce da un processo di sconfinamento verso la più totale libertà espressiva e dal continuo desiderio di superare e travolgere i canoni estetici tradizionali[4].  

John Baldessari: Man with Handlebar Moustache/ To Branches (with Black intrusion)1992
Fotografia a colori, fotografia in bianco e nero, fotocopia su Gandhi Ashram, adesivi di carta e pittura acrilica, pastello; smalto ad olio su gomma 210×240 cm Collezione privata Napoli


Quando Edward Kienholz si trasferisce a Los Angeles per guadagnarsi da vivere, fa i lavori più disparati; la povertà di quegli anni si rivela una grande fonte di ispirazione per le sue opere. Invece di acquistare costosi materiali, usa oggetti di recupero e crea innovativi sistemi di installazione ideati per ritrarre i crimini della società americana come scene di violenza, guerra e morte: una sorte di protesi della vita reale. Nei suoi lavori mette il luce il lato oscuro e patologico del modello culturale e sociale americano. In mostra Five Card Stud and the Sandwy Edition, una fotografia serigrafata e retro illuminata, inquadrata attraverso il finestrino di una portiera d’auto: un modo per metterci direttamente di fronte all’atrocità che si consuma sotto il nostro sguardo.
Linda Benglys, contemporanea di Andy Warhol, Sol LeWitt e Barnett Newman, emerge in una comunità artistica prettamente maschile. Oltre ad affrontare il sesso come configurazione sociale e dichiarazione politica, rimette in discussione l’essenza della realtà attraverso stratificazioni di eventi e spazi.
In On screen, la regressione del tempo e dello spazio all’infinito è suggerita dall’immagine di Benglys che fa smorfie davanti ad un monitor, specchiata in un altro monitor dove il gesto si moltiplica.
Raymond Pettibon è noto per i suoi disegni a inchiostro stilizzati che combinano immagini e testo. Le sue narrazioni inventive fondono il contenuto storico con la cultura del consumo per produrre critiche incisive della società contemporanea. Traendo ispirazione da fumetti, cartoni animati e altre iconografie della cultura pop, Pettibon inizia a disegnare copertine di album per la band di suo fratello Black Flag a metà degli anni ’70, utilizzando una linea nera molto marcata che si rifà al punk, mescolando tratto fumettistico e pensieri scritti a mano. Nei suoi lavori è interprete degli incubi americani, nei suoi disegni in nero rappresenta gli eroi negativi della controcultura. L’artista e critico d’arte Robert Storr dice di lui “un’originale versione mitica  di un’America infernale che ha un inquietante fondo di verità”.
Ripercorrendo il percorso espositivo la prima installazione che si incontra è la Nixon Library  di Jeffrey Vallance. Nato nelle  Filippine si trasferisce a Los Angeles, a venti anni, per motivi di  studio. Nelle sue opere combina l’immaginario cattolico con motivi associati all’oppressione razziale e politica, illustrando la contorta psiche della società contemporanea. In questa ricerca, l’indagine si fa sociale e antropologica e sfuma i confini tra creazione di oggetti, installazione, performance, curatela e scrittura. I critici hanno descritto il suo lavoro come un’indefinibile impollinazione incrociata di molte discipline. Subito dopo Cubewave di Jim Isermann, che attraverso il mix con il design e la grafica digitale elimina il confine tra ornamento e struttura architettonica: il cubo, un sistema apparentemente non-comunicativo (archetipo formale della scultura minimalista), diventa un grande gioco per bambini, colorato, tattile e in tessuto cucito a mano.
©Riproduzione riservata 
(1.continua)

Edward Kienhotz: Sandy, Documentation Book for Five Car Stud and the Sawdy Edition 1972
Libro, targa, portiere Collezione Sibilla Gianluca e Lorenzo


NOTE

[1] Da “LE CITTA’ INVISIBILI” di Italo Calvino
[2] Lowbrow, o arte lowbrow, è un movimento di arte visiva underground sorto nell’area di Los Angeles, in California, alla fine degli anni ’60. È un movimento artistico populista con le sue radici culturali nel comix underground, nella musica punk, nella cultura tiki, nei graffiti e nelle culture hot-rod della strada. È anche spesso conosciuto con il nome di surrealismo pop. L’arte lowbrow ha spesso un senso dell’umorismo: a volte l’umorismo è allegro, a volte birichino e a volte è un commento sarcastico. La maggior parte delle opere d’arte sono dipinti, ma ci sono anche giocattoli, arte digitale e sculture.
[3] John Baldessari in un’intervista a Nicole Davis, intervistata nel suo studio a Santa Monica, CA il 12 aprile 2004 e pubblicata su Artnet
[4] Paul McCarthy: il lato oscuro del sogno americano, su Rosanna Fumai blog, 4 ottobre 2010 (http://www.rosannafumai.com/2010/10/04/paul-mccarthy-lato-oscuro-del-sogno-americano/)

Sam Francis Untitled 1964 Acrylic on cavas 52×69 cm
Collezione privata

INFO SULLA MOSTRA
LOS ANGELES (STATE OF MIND)

Dove
Gallerie d’Italia – Palazzo Zevallos Stigliano
Via Toledo 185
Napoli

Periodo
Fino al 26 settembre 2021.

Orari
Da martedì a venerdì dalle 10:00 alle 19:00 (ultimo ingresso alle 18:30).
Sabato e domenica dalle 10:00 alle 20:00 (ultimo ingresso alle 19:30).
Chiuso il lunedì.

Ingresso
Consigliata la prenotazione online.
Se nel giorno della visita ti verrà rilevata una temperatura superiore a 37,5° non potrai accedere agli spazi museali e ti rimborseremo il prezzo del biglietto.

Biglietti:
– intero: 5,00 €
– ridotto: 3,00 €
– ingresso gratuito per convenzionati, scuole, minori di 18 anni, clienti del Gruppo Intesa Sanpaolo

Informazioni
Modalità di visita in sicurezza.
Per informazioni:
– numero verde: 800.454229
– email: info@palazzozevallos.com

Nella foto in alto, una panoramica del centro di Los Angeles

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