L’ambientazione è quella giusta per un giallo che si tuffa nel mito. Bosco di Capodimonte, ingresso da Porta Miano. Le insegne di Napoli teatro Festival accolgono il pubblico, all’ingresso si viene ispezionati con misure anticovid. Mascherina obbligatoria, controllo della temperatura, gel.
E poi si va verso la fagianeria dove Antonio Piccolo darà vita e corpo al suo testo Troia City, la verità sul caso Aléxandros per la regia di Lino Musella. Sul palco ci sarà anche Marco Vidino che, tra cordofoni e percussioni, renderà ancora più intenso il racconto scenico.
Lungo il percorso, un ragazzo e una ragazza, a distanza di pochi tratti di cammino, indirizzano verso la meta, rafforzando l’aiuto visivo delle frecce che indicano la strada nel borbonico parco solitario.
L’aria comincia a tingersi di oscurità, mentre l’ossigeno ritempra chi ha dovuto raggiungere il luogo in navetta organizzata dalla manifestazione o con risorse proprie.
Addette e addetti ai lavori accompagnano quanti posseggono il biglietto verso la sedia destinata, rigorosamente distanziata dalle altre. E a quel punto ci si può abbandonare a una meritata sosta, calando la mascherina e aspettando l’inizio dello spettacolo.
Quando c’è di mezzo l’antichità e per di più Euripide, la star della tragedia greca, senza nulla voler togliere a Eschilo e Sofocle che da drammaturghi continuano ancora oggi a emozionare, il discorso si fa serio e forse anche un po’ preoccupante.
Sarà il giovane autore (classe 1987, ma con solida formazione teatrale) all’altezza di cotanto nome?, si chiede chi non lo ha mai visto in azione. Le luci si accendono in scena. Una lavagna, castelli di sabbia, un cavalluccio marino. In vigile e strategica retroguardia, il musicista.
In primo piano, lui, Antonio, munito di gessetti per scrivere sulla lavagna e ricostruire tutti gli elementi di un mistero. Assomiglia un po’ alla criminologa Chloé Saint-Laurent, l’eccentrica protagonista della celebre serie televisiva francese Profiling che risolve omicidi a colpi di ipnotiche intuizioni, disseminate su foglietti di carta attaccati alle pareti del proprio ufficio.

Qui sopra, il pubblico alla fagianeria di Capodimonte per assistere allo spettacolo “Troia City”. Nell’altra foto, Antonio Piccolo in scena


Frasi in lingua remota s’intrecciano alle supposizioni più stringenti in italiano: si potrà, dai frammenti di una tragedia andata perduta, recuperare l’identità di Alessandro? E allora i pensieri rimandano a visioni dal 13 secolo a. C.
Ci ritroviamo, così, catapultati sul Monte Ida dove un neonato abbandonato viene allattato da un’orsa e poi amorevolmente cresciuto da un pastore con sua moglie.
Ma a queste immagini, riproposte nelle supposizioni del protagonista, si alternano quelle di Troia City, città ricca e importante, con uno stuolo di principi guerrieri dove svettano Re Priamo e la moglie Ecuba.
Troia, in seguito martoriata da una guerra per colpa del loro figlio Paride che rapì la bella Elena sposata a Menelao, scatenando il lungo e sanguinoso conflitto con gli Achei.
Che c’entra Aléxandros, difensore degli uomini, con il bellissimo e vanesio Paride? Da questi interrogativi, la trama delle ipotesi s’infittisce, la verità si perde. Ma restano alcuni paradigmi, come il senso di colpa di Ecuba per aver fatto sparire il bimbetto appena partorito.
Ma Aléxandros è veramente morto? E perché la gente uccide? Per sesso o per soldi, è sempre questione di potere. L’eroe diventa vile. E la parola attraversa i segreti dell’anima.
Non vi sveliamo cosa il detective riesce a scoprire, ma v’invitiamo a seguirlo stasera in replica, se non l’avete fatto ieri. Stesso luogo, medesima ora: alle 21. Ne vale la pena. È un salto nella bellezza del teatro senza tempo. Che si rinnova e riesce ancora a stupire.
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