Querido Fidel è la pellicola d’esordio della regista Viviana Calò, proiettata nelle sale cinematografiche dal 18 novembre. L’opera ha registrato subito un ottimo riscontro di pubblico e critica, ricevendo due premi al Bif&st – Bari International Film Festival 2021.
Il film è stato prodotto da Tele Aut, società di produzione cinematografica autonoma e indipendente. E’ stato distribuito a ridosso dell’anniversario della scomparsa di Fidel Castro, il 25 novembre scorso.
“Querido Fidel” è una commedia fresca, briosa, immersa nei vicoli di una Napoli sospesa in un tempo a ridosso tra la Guerra Fredda e i preannunciati fasti di una modernità che ha lasciato indietro i settori più deboli della popolazione.
Viviana Calò, classe 1982, porta in scena un cinema impegnato, diluito in una commedia autoironica e pittoresca, che conquista uno spazio importante in un panorama spesso ostile alle idee di cineasti esordienti. Ne abbiamo parlato con Viviana, ma anche con uno dei protagonisti della pellicola, Marco Mario de Notaris, sul set come meraviglioso interprete di Ernesto.
Cosa rappresenta questo film?
Calò: È una tappa di vita. Il progetto cinematografico nasce nel 2014 e trae origine da un racconto scritto per un master di scrittura cinematografica, nonché da un vissuto personale. Mia madre, Alessandra Borgia, che nel film veste i panni di Elena, moglie di Emidio, ha sempre tenuto aperte le porte di casa nostra. Fra le tante persone che frequentavano la nostra dimora, luogo di incontro e discussione, c’era un fotografo francese appena tornato da Cuba. Con sé aveva un reportage stupendo sul periodo especial[1]. Iniziai a mettere insieme questi elementi, fatti di passioni politiche e discussioni fino alle 2 di notte. All’epoca, ero adolescente, ma vedendo quel reportage che lui aveva portato da Cuba, mi si aprì una finestra. Quando scrissi questo soggetto, mi mancava del tempo, era il 2008. Diedero alla radio la notizia che Fidel aveva abdicato a favore del fratello Raul. Fusi tutti questi pezzi sparsi e li assemblai. Poi, anche la maternità mi ha dato una grande spinta nello sviluppare la trama, vincendo anche ostacoli importanti incontrati nella realizzazione di questo progetto.
Di che parla?
De Notaris: Racconta la storia di Emidio Tagliavini, figlio di un personaggio di fantasia, un napoletano che prese parte all’assalto della Caserma Moncada in Santiago di Cuba, il 26 luglio 1953. Questo padre immaginario era sul Granma[2], ma venne ucciso dai soldati di Batista. Così, la mamma e il figlio Emidio tornarono a Napoli. Nei primi anni Novanta, Emidio è adulto ed è un curioso personaggio che si veste come un soldato castrista, fuma sigari Habana. Nell’ambito della società del vicolo, Emidio esercita la funzione di controllo dell’economia e di guardiano della rivoluzione. Anche casa sua è una specie di enclave cubana: tutto è razionato e volto alla memoria e al culto della Rivoluzione di Che Guevara, Camilo Cienfuegos, Fidel Castro. Negli anni precedenti, Emidio aveva fatto un attentato con gas esilarante alla base NATO di Bagnoli. Per lo Stato italiano quell’episodio segnò la certificazione del fatto che Emidio fosse ufficialmente un “pazzo”. Ma la moglie, con grande amore, disinnesca questo suo status e gli disegna attorno un mondo adatto a contenerlo. A rinforzare la posizione di Emidio c’è una corrispondenza mensile con Fidel, in cui rendiconta ciò che accade all’ombra del Vesuvio.

In alto: la locandina di “Querido Fidel”. Sopra: una scena tratta dal film. In primo piano, l’attore Gianfelice Imparato nei panni di Emidio Tagliavini

“Querido Fidel” viene accostato a “Good bye Lenin” di Wolfgang Becker. Eppure, in alcune scene sembra più rievocare frammenti di “Little Miss Sunshine” di Valerie Faris e Jonathan Dayton. Tuttavia, la trama mostra una sua poderosa originalità, soprattutto perché allude all’importanza dell’idealità. Quanto è politico questo film?
Calò: Il film è molto impegnato nella misura in cui si ridà un valore politico all’arte, soprattutto a quella cinematografica, che è un’arte comunicativa. Nel Millennio che stiamo vivendo la comunicazione è fondamentale, anche se, nella maggior parte dei casi, priva di contenuti. È un atto politico nel momento in cui, in un modo un po’ retrò, un po’ analogico, intendi comunicare davvero una malinconia non tanto per un periodo storico in particolare, ma per quella ricchezza di idee, pensieri e dialettica che non c’è più. È molto difficile oggi fermarsi la sera a bere un bicchiere di vino e discutere con quella stessa profondità. La nostra generazione ha sfiorato quell’intensità, di cui si è nutrita per qualche tempo, ma rimanendo solo con tanta fuffa in mano. Da questo punto di vista, il film è un atto di rivendicazione politica. In più, c’è il discorso sull’idealità, non sull’ideologia, che si traduce in coerenza. La pellicola è una riflessione sul fatto che l’essere coerenti ti porta a fare delle scelte che la società rifugge e poi bolla in qualche modo. In questo senso, Emidio è un “pazzo” con tanto di certificazione medica. La commedia allora è il modo per diluire un po’ questa riflessione, che ha un respiro profondo. Dopodiché, lo spettatore può essere contrario a tutto ciò che vede, ma non può non sentire quel messaggio sotteso, quella necessità di farti una chiacchiera con qualcuno.
Per lo storico Marc Bloch «gli uomini assomigliano più ai loro tempi che ai loro padri». Questa frase descrive bene il conflitto fra Emidio (il padre) ed Ernesto (il figlio)?
De Notaris: Citi i «Quaderni di storia» di Bloch. Nella macrostoria, il conflitto familiare fotografa bene una vicenda che è insita nella società italiana dell’epoca. Emidio Tagliavini è un personaggio a ridosso di due ere. Nel 1991, si parlava di abdicazione di Fidel a Cuba, l’Urss si stava stravolgendo con l’ascesa al potere di Eltsin e degli oligarchi. Contemporaneamente, il Partito Comunista Italiano sceglieva di sciogliersi e di confluire nel Partito dei Democratici di Sinistra. Era un momento di grandi cambiamenti e sconvolgimenti ed Emidio trova una rassicurazione nelle parole di Fidel, con cui intrattiene una fitta corrispondenza di cui nel film si disvelerà l’origine. Nella famiglia di Emidio c’è Ernesto, che porta il nome di Che Guevara, ma in realtà è uno smidollato, figlio dei suoi tempi.

La regista del film, Viviana Calò

Cosa rappresenta il personaggio di Ernesto?
De Notaris: Ernesto è il pretesto dell’autore per criticare anche il complesso della sensibilità delle nuove generazioni. Ernesto assomoglia tantissimo al napoletano tipico, un po’ scioperato, che vuole fare l’americano, ma tutto sommato rimane un sottoproletario senza alcun tipo di ideali, consapevolezza o volontà di emancipazione che non sia legata a un bene di consumo o da acquistare. Questo, però, non ce lo deve far passare come un personaggio del tutto negativo. Anche perché Ernesto è padre a sua volta della piccola Celia e non ne ostacola la formazione. Il suo personaggio prefigura la sconfitta che avverrà dopo con una disgregazione del tessuto sociale. Oggi si parla molto del degrado della città, ma è un degrado differente rispetto a quello del 1992-93. All’epoca, c’erano le parrocchie o le sezioni di partito, in cui le persone dopo il lavoro si recavano per cedere una quota parte del loro tempo per gli altri. Non si impiegava il tempo per fare aperitivo, ma per occuparsi di problemi comuni in una città in cui le difficoltà erano e restano molte. Ernesto, in un qualche modo, prefigura la disgregazione di quel mondo di volontariato in cui -cattoliche o comuniste che fossero- le persone si aggregavano, discutevano, agivano assieme.
Emidio Tagliavini è un personaggio pittoresco e metaforico. Fra le righe, sembra quasi di cogliere una critica nei confronti della società: essere coerenti rispetto a un ideale, vuol dire essere matti. Tuttavia, questo matto anziché essere represso, viene disinnescato dalla moglie Elena, interpretata da una fantastica Alessandra Borgia. Come inquadri i personaggi protagonisti della storia?
Calò: Ognuno di loro ha una funzione specifica all’interno della storia. Sono archetipi. Emidio, interpretato da un eccezionale Gianfelice Imparato, è il portatore sano di un pensiero che si sta sciogliendo. Ha anche la forza di una storia. Grazie alla conoscenza del passato, punta i piedi rispetto ai rapidi mutamenti imposti dal presente. Sembra un bambino che non vuole andare via dalla festa. Il suo contraltare è Ernesto, figlio dei nostri tempi, interpretato da uno splendido Marco Mario de Notaris. Ernesto è il figlio della nostra generazione, forse quella un po’ precedente, cresciuta con il boom economico. Da adolescente degli anni Ottanta, Ernesto è diventato adulto con questo falso mito del “puoi essere chi vuoi”, perché qualsiasi cosa la si può ottenere comprando e comprando trovi la tua identità. A Ernesto, in effetti, manca un po’ di identità. Manca di profondità, perfino quando trova il suo momento di gloria.

L’attore e regista Marco Mario de Notaris,
che nel film interpreta Ernesto

Non rischia di divenire un luogo comune?
Calò: Certo, il suo personaggio è un po’ stereotipato, perché comunque è inserito in una commedia. Però ha una sua storia: è padre di una bambina, che cresce da solo. Il palo in faccia gliel’ha ripulito la madre, Elena. La bimba viene cresciuta da lei, che è una sorta di polipo che sorregge tutti questi personaggi prima che cadano. La sua figura è un omaggio a un certo tipo di femminilità molto presente soprattutto nel Sud Italia, che ciascuno di noi ha in famiglia. Nessuno si ferma realmente a riflettere sul ruolo che la donna ricopre in famiglia, segnatamente in un contesto sociale ed economico specifico. Elena è la regista di tutto questo, che ha un occhio di riguardo verso la bambina, che prende ispirazione da lei e un po’ da tutti gli altri personaggi.
Quanto parla alla Napoli odierna questo film?
De Notaris: Napoli ha una costruzione intima. Il nostro immaginario di napoletani è legato a una città che normalizza l’eccezione. L’originalità è un qualcosa che qui viene sempre metabolizzata e la risposta di Elena alla malattia mentale – presunta, esibita o sofferta dal marito Emidio – è quella di costruirgli attorno una malleabilità interna. Lei agisce in modo tale da assorbire il lato dolente della malattia mentale di Emidio. Se avesse seguito le prescrizioni mediche, avrebbe un cataplasma in casa, dipendente da pillole, gocce, probabilmente anche violento. Invece, lo disinnesca, disegnandogli intorno il mondo che lui vorrebbe. Probabilmente, questa Napoli non esiste più. Il progresso verso standard di vita della cosiddetta “normalità”, ha lasciato indietro le fasce sociali più deboli.
È morta la Napoli pittoresca ritratta in “Querido Fidel”?
De Notaris: Mentre la borghesia napoletana si spinge in Europa e guarda a Berlino, Londra, Parigi, se vuoi anche per gli spostamenti dei propri figli, c’è mezzo milione di persone che non va neanche più a votare. Tutto questo, anziché essere inglobato nel grande gioco della vita, diviene disagio e basta. Disagio e violenza. Tutti i personaggi pittoreschi di una volta sono svaniti. Il film non poteva essere ambientato oggi, ma alla fine della Napoli pittoresca. A fronte dei grandi mutamenti internazionali, la richiesta che provenne dalla classe dirigente fu quella di normalizzare. Non ci sono più il lattaio, il salumiere, il pescivendolo di una volta. Non lo dico per proporre un cliché, ma per descrivere la realtà. Oggi questi soggetti, un tempo legati all’iconografia popolare, si definiscono imprenditori. Non so quindi cosa farebbe Emidio nel 2021. Forse, gli avrebbero fatto il TSO[3] e il produttore del film avrebbe probabilmente spinto il personaggio del figlio, attraverso il “dinamismo” della nuova cultura, a trascinare il padre verso l’apertura di una startup[4].

Il cast di Querido Fidel

Questa pellicola è stata prodotta da una casa di distribuzione indipendente, TeleAut, grazie a finanziamenti pubblici. Quanto è difficile per un autore sconosciuto portare avanti un’idea nell’industria cinematografica odierna?
Calò: È una lotta fra titani. Nonostante una lunga gavetta in questo ambiente, ho riscontrato una giusta sfiducia quando ho incominciato a buttarmi nella produzione. Ricordo ancora l’ingenuità dei festeggiamenti quando vinsi il primo bando. Non avevo la minima idea di cosa sarebbe servito per realizzare il progetto. Eppure sono stata ostinata, quasi alla follia. Questo muro sembrava inscalfibile e lo è ancora. Lo spazio te lo devi scavare col cucchiaino, come nel film “Le ali della libertà”. Gli altri non ti danno nulla, ma se riesci a ritagliarti una tua attenzione, poi te la ritrovi. Non è vero che si cercano cose nuove nel mondo della produzione. La dose di follia mi ha aiutato, come la maternità. Mi sono ritrovata a rischiare tutto con un lavoro, un figlio e un compagno con cui avevamo scritto cose visionarie e assurde. Ma avevo un sogno e mi sono impuntata. Ci siamo uniti con altri, di cui ho dovuto vincere alcuni scetticismi, e abbiamo fatto scudo di fronte a un mondo che difficilmente ti fa spazio. Davide Mastropaolo, infine, mi ha aiutato molto. Dal punto di vista del sostegno umano, mia madre mi ha spalleggiato molto anche se pensava che fossi matta! Una volta scritta la sceneggiatura, il film è stato montato grazie al mio compagno, Niccolò Andenna. Il 19 novembre ci siamo fatti una lunga passeggiata sul Lungomare e ci siamo detti: «Ricordi quando avevamo 16 anni e volevamo fare un film? Ora abbiamo una nostra pellicola in sala!»
Da dove scaturisce la collaborazione fra Marco Mario de Notaris e Viviana Calò?
De Notaris: Ci siamo conosciuti tantissimi anni fa, durante uno spettacolo teatrale, dove lei era aiuto-regista. È nata questa simpatia. Viviana aveva una testa notevole, una grande fantasia e il pallino di voler fare un film. Qualche anno fa, mi ricontattò e mi chiese se volevo interpretare il personaggio del suo film. Il suo progetto ha vinto tutti i bandi. La sua storia fa tremare i polsi, soprattutto se si pensa al mondo dell’autoproduzione. È un po’ come prendere Cuba dopo sei mesi di Sierra maestra.
Come si pone questo film nei confronti della generazione dei millenial e tiktoker?
Calò: Non so se questa generazione arriverà un giorno a vedere questo film su una piattaforma. Mi piacerebbe molto che “Querido Fidel” arrivasse anche ai giovani d’oggi. Soprattutto perché penso all’importanza della storia, perché se non sai da dove vieni, non sai dove vai. La mia generazione ha ben presente da dove viene chi ci ha preceduto, perché ci hanno fatto una testa così. Noi, invece, che abbiamo vissuto il Global Forum di Napoli e il G8 di Genova, abbiamo dovuto operare una rimozione. Ci siamo dovuti portare appresso il macigno di una storia di cui non si è potuto parlare, perché c’era stato l’attentato alle Torri gemelle. Il mondo stava cambiando e non ci si poteva fermare a discutere di quelle cose, nè delle ragioni che portavamo in piazza. Rammento di aver letto una volta una scritta sui muri di Genova. Diceva: «Noi ve l’avevamo detto». In effetti, è così. Ti guardi intorno e trovi la veridicità di quella frase. Invece, bisognerebbe utilizzare la storia per capire la nostra generazione. Dovrebbe essere un messaggio rivolto ai ragazzi, affinché si guardino intorno e non diano per scontato tutto ciò che i media gli danno in pasto. Gli si sta togliendo la capacità di analizzare. Non stanno socializzando, anzi vengono criminalizzati per la socializzazione, che è la base del pensiero. Magari questo film non lo capiscono, però forse si commuovono. Loro devono capire il perché. Magari il film c’ha un’universalità che tocca la loro storia e che loro devono comprendere come portare avanti.

Gianfelice Imparato e Viviana Calò coi premi ricevuti al Bari Film Festival [Photo credit: si ringraziano Viviana Calò e Marco Mario de Notaris per l’amichevole partecipazione]

Oltre a trasmettere sogni e idee, si può dire che l’industria cinematografica odierna attua un determinato tipo di scelte produttive che sortiscono l’effetto di narcotizzare il pubblico?
De Notaris: Non saprei. Tuttavia, se guardiamo al passato, i film che noi amiamo erano minoritari. La gente non faceva le file per andare a vedere Fellini o Scola. Il discorso si è trasformato coi cosiddetti “mattatori”: Verdone, Troisi, Nuti. Loro sono stati in grado di coniugare qualità e numeri, con tutta la loro semplicità. Quando ero bambino, i cinema erano inondati da film di Pozzetto, Alvaro Vitali, Bud Spencer, Celentano. L’Italia è un paese che ha vissuto di avanspettacolo, da Totò a Macario, passando per Canzonissima e Studio 1. Il nostro Paese è legato a quel linguaggio. Credo che alla base della scelta dei produttori cinematografici ci sia un altro ragionamento: andando verso una diminuzione degli spettatori e dell’incasso, il prodotto converge verso la massimalizzazione del profitto. Quindi, i produttori si spingono verso prodotti come i cine-panettoni o i film di Checco Zalone. Però, oggi di Zalone dicono che sia un genio. Di Lino Banfi non l’hanno mai detto. Zalone non è Alberto Sordi, che magari nella sua follia aveva una dimensione di sguardo sulla società italiana del tempo. C’è anche da dire che un certo tipo di film ha allontanato il pubblico. Mi riferisco non tanto a Pasolini, ma al pasolinismo e al trionfo del periodo del crudismo. Di fatto, la scelta di proporre dei film eccessivamente spinti in una certa direzione intellettuale ha alimentato il fatto di ritenersi superiori a chi andava al cinema a guardare film più nazional-popolari. Quello che mi angoscia, è che l’andare a vedere un film, ormai, assomiglia all’assunzione di un farmaco: comico, drammatico, horror. È svanita la “rotondità” del film, che dovrebbe racchiudere tutti questi stimoli.
Con la serie: “Strappare lungo i bordi”, Zerocalcare ha portato su Netflix la generazione di Napoli e Genova. Sulla sua falsa riga, è possibile pensare a un film sul movimento no global?
De Notaris: Genova è una doppia ferita aperta. Se dovessi fare un film, più che parlare della repressione bieca che abbiamo subito in piazza o del settarismo di alcuni ambienti antagonisti di movimento, che hanno scoraggiato la partecipazione, lo farei sulle carriere di quei dirigenti che tuonavano davanti alla Diaz e tra un mese, probabilmente, voteranno Berlusconi come presidente della Repubblica.
Calò: Sicuramente, per entrare in un sistema di mainstream Zerocalcare ha dovuto attuare dei compromessi. Nonostante questo, ad oggi ha mantenuto una maniera di comunicare che di solito sul mainstream non arriva. Gli va dato atto dell’enorme servizio di memoria collettiva che sta facendo. A tutti noi è scoppiato il cuore quando abbiamo visto quella serie, in particolare a tutti noi di quella generazione. Mi sento di dirgli grazie. Circa l’idea di fare un film, penso che sia una responsabilità gigantesca. Non ti nascondo che c’abbiamo pensato. Anche se reputo impossibile parlare del Global Forum di Napoli o del G8 di Genova. È una cosa che andrà fatta, ma non so se noi possiamo avere quel distacco necessario per mantenere il tono agrodolce della commedia che ha “Querido Fidel” con una cosa che ci ha toccato così profondamente. Verrebbe fuori una rabbia difficile da edulcorare. Pensando al G8, a me bolle il sangue nelle vene. Mi domando ancora come fosse possibile che ci sparassero in faccia, che ci torturassero. Bisognerebbe trovare una chiave che gli dia un riscatto non nella direzione della perdita, del lutto, del disarmo totale. Nel film che ho prodotto, c’è un piccolo omaggio al movimento no global, a Napoli, a Genova, a Carlo. Era quello lo spazio che potevamo dargli in questo film, ma ci tenevamo che fossero presenti, perché questi ricordi – un po’ come per le idee di “Querido Fidel” – non possono morire mai.
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NOTE

[1] Il periodo speciale a Cuba è stato una lunga fase di crisi economica seguita alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, nel 1991, e all’inasprimento delle misure di embargo volute dagli Stati Uniti d’America nei confronti dell’isola caraibica, nell’auspicio vano di accelerare la caduta del governo socialista. 

[2] Il nome della leggendaria imbarcazione che, nel 1956, trasportò Fidel Castro, Che Guevara e altri 80 ribelli dal Messico a Cuba, lanciando l’invasione della Sierra Maestra, da cui ebbe origine la Rivoluzione cubana.

[3] Trattamento Sanitario Obbligatorio.

[4] Termine inglese per definire le imprese emergenti.

IL CAST
Gianfelice Imparato, Alessandra Borgia, Marco Mario De Notaris, Sonia Scarfato, Marcella Spina, Antonella Stefanucci, Valentina Acca, Ninni Bruschetta

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