L’arte colora la vita : è la premessa del progetto di Mus-E Napoli onlus. Di seguito, la seconda e ultima parte del racconto di Carmine Negro proposto dall’associazione sui social che ripercorre il senso della sua attività.

SECONDA PARTE
È giovedì santo.
Al telefono una collega che non sento da molto tempo. Mi ha chiamato per dirmi di aver letto un libro[1] dove si riporta l’esperienza della scuola di piazza Mercato “Campo del Moricino”, scuola che ho diretto fino a due anni fa.
Quando mi chiede come sono nati i percorsi le rispondo che è stato un viaggio con quanti (associazioni, istituzioni, enti e privati) hanno condiviso una strada: fare scoperte e cogliere anche cose che non si stavano cercando.
La telefonata ha riacceso i riflettori su un mondo vitale ed effervescente quale quello educativo. È fatto di uno spazio concreto quello della scuola e di un tempo incorporeo, sospeso tra un passato a cui attingere e un futuro da sognare e costruire.
Ho rivisto i tanti compagni di viaggio e ho pensato all’associazione Mus-E[2] Napoli, una delle prime che ho conosciuto, cui mi legano tanti ricordi. I loro laboratori[3], tutti realizzati di pomeriggio e in ambito extracurriculare, si proponevano di costruire nel gruppo classe momenti di solidarietà e rispetto tra uguali e diversi utilizzando la musica.
Uno studio, quello prospettato, che  non solo mirava a conoscere e ad apprezzare il suono, ma si prefiggeva anche di insegnare a produrlo con strumenti come il flauto, il violino, la chitarra. Vedere questi piccoli alunni trasformare il segno sul pentagramma in un suono mi ha sempre emozionato, fatto partecipe di un momento magico, coinvolto in un sogno che non ho mai realizzato: imparare a suonare.
Ripercorro con la mente quei momenti: nei pomeriggi di attività già da lontano sentivo l’animazione delle aule, la richiesta di spiegazioni dei bambini, la risposta del maestro, il suono di singole note ripetute più volte da singoli e da gruppi, il suono-motivo di un gruppo di note e infine il silenzio che sa di attesa.
Subito dopo la melodia espressione della sintonia del gruppo e del contributo distinto e personale del singolo. Anche se realizzata da giovanissimi e ancora in modo rudimentale, riusciva a trascinare e coinvolgere, sapeva esprimere emozioni e rievocare sentimenti.
Quando mi avvicinavo alla porta e vedevo i volti di tanti piccoli musicisti attenti eseguire con scrupolosità e impegno il proprio compito, riflettevo su questa esperienza che,come quella dei principi, da teorica, lo studio delle note, diventava manuale, animata da vita pratica, saper suonare uno strumento.
La musica crea solidarietà nel gruppo, aiuta a condividere le informazioni, educa al rispetto delle regole, in una zona che tanto necessita di tale osservanza. Solo seguendo in modo preciso una sequenza, nel rispetto delle note e dei tempi, si può riprodurre un motivo musicale, ottenere un’armonia.
Furono queste le considerazioni alla base della proposta di un percorso formativo musicale che proseguisse nella scuola secondaria l’esperienza fatta nella scuola primaria e che non a caso si chiamava (misura del tempo) Metron_Nomos. Mus-E Napoli è stato questo ma anche molto altro.
Negli anni ha saputo accompagnare la crescita dei bambini nella scoperta del sé e dell’altro ed aiutare i docenti a conoscere aspetti dei propri alunni poco noti attraverso strategie capaci di migliorare conoscenze e abilità indispensabili per l’acquisizione di competenze.
La musica non era l’unica attività proposta da Mus-E Napoli, ce ne erano altre che catturavano l’attenzione degli studenti e tra queste di sicuro figurava la danza. Con questa attività si stimolavano i bambini a prendere coscienza del valore inestimabile della vita e a sottolineare l’importanza del corpo.
Molte volte i bambini non hanno contezza del proprio corpo e spesso lo utilizzano in modo improprio. A piazza Mercato, luogo in cui opera la scuola, spesso la comunicazione da verbale diventa fisica e, anche quando non è conflittuale, finisce per rivelarsi invasiva e debordante. È come se quella conflittualità latente nel contesto sociale si trasferisse dai grandi ai più piccoli.
La motivazione, alla base del percorso fortemente sperimentale di MeCoS (Mente Corpo Spazio), non è quella di diventare tutti ballerini, ma di prendere consapevolezza della propria corporeità ed aiutarla nella crescita sensoriale ed emotiva che tanta importanza può avere nello sviluppo della persona. Definito il corpo come strumento di comunicazione, il percorso intendeva mostrare come muoversi consapevolmente nello spazio, relazionarsi con gli altri, dare gli spunti e gli stimoli necessari per formare una personalità completa ed autonoma, scegliere un proprio percorso attivamente senza subire l’influenza di fattori esterni (mode e stili di vita diffusi dai mass media).
Mus-E Napoli si proponeva di promuovere tra i bimbi la relazione, la socializzazione e lo scambio di esperienze, utilizzando uno strumento inconsueto e “delicato” quale è l’arte, nelle sue diverse forme espressive. La scuola di piazza Mercato “Campo del Moricino” aveva la stessa vocazione. E’ stata questa sintonia che ha fortificato l’incontro, affinato la ricerca, costruito soluzioni. Ripensando non solo a loro, ma anche a quanti hanno collaborato con la scuola innalzando ponti e realizzando percorsi,sento di essere grato al generoso impegno profuso nel trasmettere entusiasmo e gioia di vivere ad intere generazioni.
La collega di violino mi comunica che un nostro alunno il giorno precedente ha conseguito la laurea di primo livello al Conservatorio. Mi emoziono.
Penso che la sua musica toccherà il cuore di tante persone … Medito sulle parole di Morricone[4] La musica … è come un sogno: esiste solo se viene eseguita, prende corpo nella mente di chi ascolta. Un sogno che è la sintesi di tanti piccoli sogni immaginati e resi concreti da persone che hanno creduto di poterli realizzare.
Nei momenti di smarrimento, come quelli che viviamo in questo periodo di pandemia, è confortante ritrovare le radici specie quelle più profonde, che hanno segnato positivamente la nostra vita … forse è l’unico modo per puntare in alto e ricominciare.
(2.fine)

NOTE

[1] Benedetta Tobagi “La scuola salvata dai bambini. Viaggio nelle classi senza confine” Rizzoli Editore 2016

[2] Mus-E  Musique Europe

[3] Tra i primi quelli del 2008

[4]L’intervista. Ennio Morricone. «La musica è come un sogno»https://messaggerosantantonio.it/content/lintervista-ennio-morricone-la-musica-e-come-un-sogno

[4]L’intervista. Ennio Morricone. «La musica è come un sogno»https://messaggerosantantonio.it/content/lintervista-ennio-morricone-la-musica-e-come-un-sogno

LA STORIA DEI 3 PRINCIPI E LE OCCASIONI DELLA VITA. C’ERA UNA VOLTA UN CAMMELLO SMARRITO

PRIMA PARTE
Nei momenti di smarrimento mi piace tornare con la mente alla mia infanzia e a nonno Raffaele
che con i suoi racconti sapeva rendere magiche le fredde serate d’inverno. Nell’anima incandescente del camino la legna ardeva e scricchiolava.
C’era calore ma soprattutto c’era la vivida luce della fiamma: ravvivava i nostri volti e quelle narrazioni fatte di fantastici galeoni, che solcavano i mari, e di grossi forzieri, pieni di marenghi d’oro. Alle volte le serate si animavano anche di vicende che narravano di falegnami, fabbri e muratori oltre che di mamme eroiche e giovani donne povere ma belle.
La voce del nonno, a volte pacata e ferma, altre volte animata, sapeva evocare storie e stati d’animo. Dava l’impressione che quelle vicende del passato, scavate nel tempo, e quelle di vita quotidiana, che si svolgevano poco lontane da quel camino, fossero allo stesso modo preziose e ricche di significati. Con gli anni ho ritrovato che diverse di quelle storie, che avevo ascoltato quando ero piccolo, erano riportate integralmente o parzialmente nei libri e rileggendole ho ripercorso le emozioni di quelle serate.

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Anticamente in Oriente, nel paese di Serendippo[1], un grande re chiamato Giafar aveva tre figli maschi, molto colti perché educati dai più grandi saggi del tempo, ma senza un’esperienza ugualmente importante di vita vissuta.
Il Re, per provare le loro abilità pratiche, stabilì che andassero a vedere il mondo e conoscere per esperienza diretta i differenti costumi e i modi di fare di altre nazioni che, fino a quel momento, avevano conosciuto solo dai libri o appreso dai maestri educatori. Il viaggio consentì ai tre di fare diverse scoperte e cogliere cose che non stavano cercando.
Appena giunti nel Paese dell’imperatore Bahrām, i principi si imbatterono in un cammelliere disperato per aver perso il proprio animale. I tre, pur non avendo visto il cammello, riferirono al poveretto di averlo incontrato lungo la strada ma molto prima e gli fornirono, come prova, tre importanti indizi: il primo era che il cammello era zoppo, il secondo che gli mancava un dente ed il terzo che era cieco da un occhio.
L’uomo fiducioso ripercorse la strada che gli era stata indicata ma non trovò l’animale. Il giorno seguente incontrò nuovamente i tre giovani e li accusò di averlo ingannato.
I tre principi, per dare prova di non aver mentito, aggiunsero altre tre importanti informazioni. Gli dissero che il cammello portava sul dorso un carico, di miele da un lato e di burro dall’altro e in più che era cavalcato da una donna incinta.
I nuovi particolari convinsero il cammelliere ad avventurarsi in una nuova ricerca che però ancora una volta si dimostrò infruttuosa. Per questo motivo li accusò di avergli rubato il cammello ed i tre vennero catturati ed imprigionati nelle galere dell’imperatore Bahrām.
Al cospetto dell’imperatore dichiararono di aver inventato tutto per burlarsi del cammelliere ma le apparenze dimostravano ben altro e per questo vennero denunciati e condannati a morte con l’accusa di essere dei ladri.
Fortuna volle che un altro cammelliere, che aveva ascoltato la testimonianza, riconobbe nella descrizione il cammello smarrito e lo riportò al legittimo proprietario. A questo punto, provata la loro innocenza, i tre vennero liberati e fu loro chiesto come avessero fatto a descrivere l’animale pur non avendolo mai visto.
I tre rivelarono che ciascun particolare del cammello era stato dedotto grazie all’osservazione di alcuni indizi e alla capacità di considerare con accorta e intelligente prontezza quanto si era osservato. Che il cammello fosse cieco ad un occhio era dimostrato dal fatto che, pur essendo l’erba migliore da un lato della strada, era stata brucata esattamente quella del lato opposto più rada e secca, la sola che poteva essere vista dall’unico occhio dell’animale.
Che fosse privo di un dente era dimostrato dal fatto che la stessa erba si presentava mal tagliata. Che fosse zoppo lo rivelavano senza ombra di dubbio le impronte lasciate dall’animale sulla sabbia. Per ciò che riguardava il carico i tre affermarono di aver dedotto che il cammello portasse da un lato miele e dall’altro burro perché lungo la strada da una parte si accalcavano le formiche che amano il grasso e dall’altro le mosche che amano il miele.
Che fosse una donna a viaggiare sul suo dorso, lo si evinceva dall’odore delle urine che il passeggero aveva lasciato durante una sosta. Alla fine che la donna fosse gravida lo si ricavava dal fatto che le orme delle mani lasciate poco più avanti a quelle dei piedi, dimostravano che la donna aveva faticato non poco nel rialzarsi e riprendere il cammino e ciò confermava che doveva avere un corpo pesante.
Le spiegazioni dei tre principi meravigliarono a tal punto Bahrām che decise di fare dei tre giovani sconosciuti i propri consiglieri. I tre principi in incognito offrirono così i loro servigi all’imperatore, salvandogli anche la vita, risolvendo situazioni difficili o prevedendo il futuro[2].
(1.continua)
©Riproduzione riservata 


NOTE
[1] L’attuale Sri Lanka
[2] La versione riportata fa riferimento al racconto del nonno e parzialmente alla versione tratta dal libro di Renzo Bragantini, “Il riso sotto il velame”

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