“Sognare mondi impossibili, farli vedere agli altri, e insieme costruirne uno che sia almeno un po’ migliore di questo.”
Per oltre un mese il Teatro Mercadante è stato occupato dal “Coordinamento Arte Spettacolo Campania”, per rivendicare la mancanza di tutele lavorative, l’impossibilità di avere una continuità salariale e per combattere l’afflizione della mancanza di un sistema di equa distribuzione dei fondi, che deteriora tutte quelle piccole e piccolissime realtà che fanno cultura di prossimità.

In pagina, le foto della protesta al Mercadante

In quel mese la città ha visto gruppi di resistenza culturale che, nonostante l’annientamento di un intero comparto che il Covid – 19 ha solo aggravato, hanno sensibilizzato, ballato, cantato, hanno portato festa e gioia nelle strade denudate di vita. Tutto questo, sebbene questa fase storica non lo consentisse minimamente e nonostante le pesanti difficoltà materiali ad andare avanti.
Dimenticati dal Governo e dalle istituzioni locali si sono rimboccati le maniche e sono arrivati anche ai Ministri Franceschini e Orlando, facendosi conoscere, uscendo dall’anonimato. Da oltre un mese esistono, non sono più invisibili. Ora, i venerdì della “freva”, così ribattezzati per la rabbia esplosa dentro le loro anime, continueranno altrove, coniugando il profilo programmatico dell’iniziativa con azioni di lotta significative.
Da questo momento in poi anche la città di Napoli sa e ha il dovere di rispondere, di affiancare e portare in ogni istanza la fuoriuscita da una maledetta precarietà i lavoratori dello spettacolo.
Se un paese decide di fermare la cultura è morto, non ha possibilità di progredire, ma solo di appiattirsi, di scivolare in basso, di condannare le future generazioni a non poter più sognare, a non saper più nutrirsi di magia, di visioni.

Il Coordinamento non ha ceduto a deleghe, ha avuto la capacità di autorappresentarsi, senza cercare mediazioni al ribasso, spezzando un istituto (quello della delega) che fino a prima della pandemia non aveva apportato nessuna miglioria ad un comparto che ha inteso sempre privilegiare i grandi, i soliti noti, quelli che producevano una cultura appiattita al pensiero unico, alle tendenze del momento, giammai a movimenti alternativi, resistenti, nati dal basso. Una omologazione che ha pensato bene di schiacciare il più piccolo, i precari dei precari, gli ultimi.
Infine, nessuno di loro intende tornare allo status quo ante. No, anche per loro quella non era la normalità, ma il sopruso a una controcultura, necessaria ma bistrattata.
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