La settimana scorsa è andato in scena l’ultimo atto della mostra di Ivan Piano e Ilaria Feoli da Lineadarte Officina Creativa. Una fine in sordina perché siamo di nuovi tornati tutti arancioni, rossi e chissà quale colore si inventeranno la prossima volta per spegnerci ancora un po di più. È l’ora del nostro morire, questo è il titolo della mostra, un evento organizzato con coraggio dai due artisti supportati dai curatori e artefici di quel piccolo miracolo che è il loro vascio laboratorio, Gennaro Ippolito e Giovanna Donnarumma. 
Un attimo prima che tutto chiudesse ancora una volta, negli ultimi giorni la mostra era visitabile solo su appuntamento, sono riuscito a fare un salto in galleria per ammirare le opere dei due artisti, ho scambiato dolci parole con loro e ho scoperto che questa contaminazione nasce nel lontano 2019 per gioco e per amore della scrittura. 
Attraverso uno scambio reciproco di parole e versi Ivan e Ilaria hanno costruito un mondo di poesie nascoste e segrete, un castello di carte scritte a computer del quale non parlavano nemmeno loro da vicino. Perché tutto rimanesse poesia, c’era bisogno di uno sforzo anche da parte loro e così hanno portato avanti questo carteggio dove i versi dell’uno sono andati ad incastrasi in maniera perfetta con i versi dell’altra fino a diventare un tutt’uno dove non si riconosce più la mano del singolo.
Non c’è più Ivan, non c’è più Ilaria, ci sono loro. Così come nelle opere che accompagnano i versi, sette per la precisione, un numero che per loro torna sempre, un numero magico che mantiene nell’essere tutte le cose, un dispensatore di vita e di energia.
Sette opere , tre fotografie di Ivan e tre di Ilaria, lavorate in analogico, come di lentezza, come di tempo passato che “ricorda mandorle e miele” più l’opera finale creata insieme, dove i due artisti dialogano in un incontro legati a doppio filo, che tutto unisce e mantiene sospeso.
È la mostra di cui avevamo bisogno in questo periodo, la mostra di cui avevo bisogno io, delicata e struggente, dove l’autoritratto e la voglia di scoprire se stessi la fanno da padrone, le parole sono toccanti ma sussurrate, nessuno alza la voce eppure tutto arriva esattamente li dove dovrebbe a ricordarci che è sempre l’ora del nostro morire, “come quando riusciamo a sentire i nostri cuori battere”.


Mai titolo fu più adatto al periodo storico che stiamo vivendo. L’entusiasmo, la voglia di vivere e creare sembrano alle volte lontani ricordi, perché in queste zone colorate di nuovo non possiamo andare a una mostra, vedere uno spettacolo teatrale, un film al cinema.
Non sia mai si creino assembramenti, ingorghi, traffico e risse dovute al troppo interesse, come del resto succedeva prima. Chissà che cosa erano abituati a vedere i politicanti di turno nelle loro serate culturali, se hanno così paura delle folle oceaniche fuori dei teatri e dentro i musei.
Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, casa lavoro, lavoro casa come stiamo facendo noi tutti. Ovviamente quando siamo fortunati, perché poi ci sono tutte le persone che lavorano, o meglio lavoravano, in quei cinema chiusi, nei teatri abbandonati, nella gallerie vuote.
Ma la vita non è solo lavoro e supermercato, non è un coprifuoco alle 22 vita natural durante, non è comprare cose sceme da Tiger e inventarsi pizzaioli a casa tutte le sere. Il lievito madre non è la soluzione, è l’anestetico, Netflix è l’oppiaceo. Produci, consuma, crepa diceva qualcuno. Mi sa che ci stiamo arrivando. E sembra inutile provare a far capire che una galleria d’arte, un cinema e un teatro possono essere i posti più sicuri al mondo.
Non ci vogliono interessati e interessanti, non ci vogliono curiosi, ci vogliono automi, consumatori, codici a barre e sconti al supermercato. È l’ora del nostro morire, può essere, di sicuro andrà tutto bene così per qualcuno, Ivan e Ilaria avevano ragione. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica. Lentamente, questa parola è pericolosa perché è quello che sta succedendo a noi tutti, stiamo morendo bolliti, felici e annoiati. Come una rana nella pentola, sopportiamo l’acqua calda ancora e ancora, ma ci rende deboli e chissà quando arriverà il momento in cui sarà troppo tardi per reagire.

Qui sopra, uno scorcio della mostra fotografato da Antonio Conte. In alto, altre due prospettive dell’esposizione viste da Gennaro Ippolito


Evitiamo la morte a piccole dosi, proviamoci lo stesso contro ogni zona colorata che ci obbliga a una finta sicurezza, ricordiamo a noi stessi di essere sempre vivi. Non possiamo respirare, comprare e tirare a campare, questa non è vita, questa è sopravvivenza. Questa è una gabbia e per quanto possa essere dorata è pur sempre una gabbia chiusa, come l’installazione di Ilaria Feoli. Chissà dove saremmo andati se solo avessimo avuto il coraggio di morire.
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