Verso la fine del 2020, nel mese di novembre, mentre la pandemia non dava ancora segni di cedimento, l’Autorità Portuale di Napoli dava seguito alla procedura per un deposito costiero di Gas Naturale Liquido (GNL), della capacità di 20.000 metri cubi, all’interno del Porto di Napoli, Molo Vigliena (Darsena Petroli), in area industriale.
Comincia così un protagonismo territoriale contro questa localizzazione che nasce dal basso, con la consapevolezza, da parte dei cittadini dei quartieri orientali, che un ulteriore innesto di funzioni pericolose e a rischio di incidente rilevante avrebbe definitivamente compromesso ogni ipotesi di sviluppo industriale pulito, sicuro, leggero ed ecocompatibile.
Un protagonismo “vergine” che chiedeva solo di poter respirare aria pulita, di riappropriarsi di un mare negato, di camminare per strade sicure, senza ammalarsi e morire di tumore.
I promotori del deposito costiero, verso il Ministero dello Sviluppo Economico, risultavano essere la Edison EDF Group S.p.A. e la Kuwait Petroleum Italia S.p.A.. Un impianto per lo scarico, stoccaggio e carico di GNL, da trasportare sia su mezzi terrestri (autocisterne), sia su mezzi navali per il bunkeraggio (bettoline).
Riunioni, assemblee e cortei hanno rimesso al centro del dibattito una mai sopita insicurezza sanitaria, procurata dal combinato disposto di tecnologie inquinanti, pericolose e dannose per la salute pubblica. Dalla protesta alla proposta.
In sede di presentazione delle Osservazioni ai progetti sottoposti a procedimenti di valutazione di impatto ambientale (VIA), il Comitato Civico di San Giovanni a Teduccio, il Comitato Popolare Zona Est, l’Assise della città di Napoli e del Mezzogiorno d’Italia, Italia Nostra – Napoli, l’Associazione Culturale Ichos, l’Associazione Culturale Voce nel Deserto, Medicina Democratica, Consulta Popolare per la Salute Sanità del Comune di Napoli, il Partito della Rifondazione Comunista – Federazione Provinciale di Napoli, Medici per l’Ambiente – Sezione Napoli, formalizzano, con puntualità analitica e rigore scientifico, i motivi ostativi ad una proposta ritenuta non idonea per ragioni sociali, urbanistiche, economiche e di stretta sicurezza sanitaria ed ambientale. Affiancati dal Comitato di lotta Ex Taverna del Ferro e da Potere al Popolo.
Sotto i colpi di quel protagonismo la stessa Autorità Portuale, retrocede dalla decisione e revoca la procedura in atto per la creazione del sito di stoccaggio. Tuttavia, una vittoria sulla quale vigilare.
Nel frattempo anche la Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio del Comune di Napoli esprime parere negativo alla realizzazione del deposito GNL nel Porto di Napoli, “in ragione dei suoi potenziali e significativi impatti negativi sul paesaggio marino-costiero e sul patrimonio portuale storico della città di Napoli, già gravemente degradato ed in attesa di azioni di riqualificazione e ricostituzione dei valori paesaggistici ai sensi della Convenzione Europea del Paesaggio e del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio.
Due motivi sovrastano scientificamente ogni altra considerazione più tipicamente politica riguardante i processi amministrativi di tipo edilizio ed urbanistico, pur necessaria e determinante per la presa di coscienza di quella comunità di donne e uomini: il rischio vulcanico e l’impatto del progetto sulla salute pubblica.
Il quartiere di San Giovanni a Teduccio, in particolare, è vicino agli epicentri dei crateri vulcanici del Vesuvio e dei Campi Flegrei, e anche in prossimità di aree dove possono sorgere bocche vulcaniche. La sola caduta di ceneri in zona gialla, ovvero nella zona considerata, in caso di eruzione, farebbe verificare una caduta di ceneri pari a 300 Kg. per metro quadrato. Qualcosa di impressionante.
Il deposito di GNL si innesterebbe al centro di un Sito di Interesse Nazionale (SIN), come quello della zona orientale di Napoli, a più alta nocività dell’Italia Meridionale.
Il quartiere di San Giovanni a Teduccio fa registrare uno stato di salute e un quadro epidemiologico tra i peggiori aggregati della popolazione napoletana. Di tanto ne informa la Consulta Popolare per la Salute e la Sanità della città di Napoli, con la collaborazione di cattedratici delle Università di Milano, Genova e Napoli, oltre ad essere validato da ben due Congressi scientifici nazionali.
Quel pezzo di città è risultato essere al penultimo posto per i maschi ed al terzultimo posto per le femmine, rispetto a tutti i 30 quartieri in cui si divide Napoli.
Il Distretto 32 dell’ASL Napoli 1 – corrispondente ai quartieri di Barra, San Giovanni e Ponticelli – fa registrare il secondo posto per mortalità da cancro (RENCAM), con un picco di tumori alla mammella e di malattie polmonari croniche ostruttive.
Ma, purtroppo, non tutti vanno nella stessa direzione. La Municipalità 6 – ricomprendente i quartieri di Barra, San Giovanni e Ponticelli – in un documento si è attestata sul no al sito di GNL, tuttavia proponendo, al suo posto, pile sterminate di container. Una sorta di male minore.
I progetti di sviluppo del Porto di Napoli vanno discussi con la città, con chi vive quei luoghi, con chi ne subisce in prima persona anche le conseguenze negative. La rappresentanza politica locale recuperi una centralità nella discussione e coinvolga tutti gli attori istituzionali. A mio avviso non si tratta di “posizionarsi”, ma di diventare influenti nella determinazione dello sviluppo territoriale. 
In ogni caso, ora quel protagonismo territoriale ha l’obbligo di far crescere una vertenza complessiva che ricomprenda la specificità dell’intera zona orientale, diventi soggetto cittadino e porti avanti una piattaforma unitaria capace di interloquire con le forze politiche e sociali.
Una prima cosa da fare, a mio avviso, è quella di condizionare gli schieramenti delle amministrative attraverso la sottoscrizione di un patto civico con gli abitanti della zona est. Un manifesto contenente alcuni princìpi inderogabili per chiunque si candidi a gestire la città, a partire dai candidati sindaci.
Prima di qualsiasi scenario di sviluppo di quel territorio, si rimetta al centro del dibattito pubblico la grande vicenda della bonifica urbana, bisogna recuperare centinaia di ettari sottratti da sempre a quella popolazione.
Si ricontrattino i tempi per il superamento definitivo dei depositi petroliferi e si recuperino tutti i progetti previsti per il riequilibrio degli standard di verde e delle attrezzature pubbliche. Così da prospettare ai cittadini una nuova dimensione urbanistico-edilizia, da intendersi come elemento prodromico per processi occupazionali capaci di offrire lavoro sicuro, pulito e duraturo.
La qualità della vita va assicurata da politiche di indirizzo non derogabili a terzi, gli enti locali hanno l’obbligo del governo delle contraddizioni, innanzitutto attraverso il recupero della programmazione come elemento strategico, prospettando la fuoriuscita complessiva dalla precarietà sociale ed economica.
Non vale la pena dividersi, così come non funzionerebbe una lesionistica autoreferenzialità e una sufficienza di sé poco attrattiva.
Bisogna sforzarsi di comprendere il punto di vista del cittadino, cosa questi pretenderebbe e legittimamente vorrebbe per vivere una condizione di benessere collettivo ed in questo senso lasciarsi addirittura “vincolare” la rappresentanza. Chi si candida deve prima dichiararsi negli obiettivi, pubblicamente.    
La battaglia per l’allontanamento del sito di stoccaggio di GNL non è finita, avvisaglie contrarie sono già pervenute dall’Unione Industriali di Napoli e dallo stesso presidente dell’Autorità Portuale, giustificando l’opera progettata come condizione necessaria per lo sviluppo del porto e della città.
Nascondendo il fatto che detto sito di stoccaggio non porterebbe nessun beneficio in termini occupazionali, né tantomeno per l’ambiente ed il territorio. Solo morte potenziale a gente in carne e ossa, la cui salvaguardia (di vita) dovrebbe avere ed essere la priorità assoluta, sempre.
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In alto, il porto di Napoli, foto di Enzo Abramo da Pixabay 

                                           

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