Ristrutturare vecchi edifici che si trovino nei posti di Napoli poco frequentati dalla gente”bene” e rivitalizzarli, aprendo nel degrado spiragli allo spirito vivificante dell’arte. Questa l’idea di Peppe Morra, gallerista, collezionista e mecenate, che ora si è dedicato con passione a questo suo progetto.

de falco| ilmondodoisuk.com
Qui sopra, Thomas De Falco. In alto, Peppe Morra sulla scalinata della sua nuova dimora artistica

Al riguardo, non si può non citare il riuscitissimo esperimento della  ristrutturazione di una vecchia centrale elettrica a Salita Pontecorvo, mutata in un museo d’arte intestato all’artista austriaco Hermann Nitsch, frequentatissimo durante le inaugurazioni di mostre e performance di artisti italiani e stranieri.
Di Peppe Morra, ovvero della Fondazione Morra, da lui creata, è anche l’ impresa di Casa Morra, a Salita San Raffaele, nel rione Materdei, in un magnifico palazzo seicentesco molto degradato, Palazzo Cassano Ayerbo d’Aragona, in cui sono state realizzate iniziative di successo, con l’intervento di Autorità istituzionali e del sindaco De Magistris.
Ci siamo ritornati l’altroieri. E abbiamo visto che purtroppo i lavori di ristrutturazione non sono andati molto avanti. Si celebrava  la performance di Thomas De Falco, cognome italiano, nome straniero (classe 1982). Non c’era la solita folla di vip. Ma lo stesso giorno, alla stessa ora, (alle diciannove) c’era l’inaugurazione al museo di Capodimonte di una mostra del napoletanissimo Paolo La Motta.
Tuttavia, anche a Casa Morra il pubblico c’era, un pubblico soprattutto giovanile. Di studenti o laureati all’accademia, borsisti, curiosi, amici, artisti giramondo, ospiti, alcuni, nella residenza di Casa Morra.
La performance? Piuttosto è un’installazione. Nel senso che consiste in una rappresentazione scenica ferma, in cui nulla si muove, o quasi. E’ posta lungo la prima rampa della bellissima scalinata monumentale, sotto le ampie archeggiature del magnifico spazio seicentesco napoletano.
A pie’ della scalinata, due corpi di individui molto magri dalla pelle nera, raggomitolati, nonostante il caldo, sotto le coperte, corpi sofferenti, malati.  Ma c’è anche un giovane dalla pelle bianca, pure lui magrissimo ma con l’aria e l’atteggiamento sano, appoggiato a una parete della scalinata. Non fa parte dell’installazione.
Che ci fa qui? « Reggo il palazzo», risponde sorridendo. Vicino, un plico di scartoffie  «Sono gli studi in base ai quali l’autore ha realizzato questa performance», spiega solenne una bella ragazza probabilmente napoletana.
Il plico è appoggiato su uno sgabello da cui si diparte un lunghissimo filo di grosso cotone che poi diventa una corda sempre più spessa che si inerpica sulla scalinata conducendovi il nostro sguardo. Lì, addossata a una parete, c’è una figura avvolta in bende bianche e anche da questa corda, che continua, poi, fino alla sommità della rampa. Dove, in piedi, vi sono due figure femminili dalla pelle nera e le vesti colorate.
Si ode una musica assordante, di violini e sax, che, a volte, diventa un frastuono che stordisce, altre volte si ode il sax vivere le sue note migliori. Vorremmo salire sulla scalinata per guardare il luogo da dove viene la musica. Ma ne siamo impediti: è vietato.
Eppure vi sono delle figure che, a tratti, salgono e scendono lungo le scale. Fanno parte della performance. Forse significano l’indifferenza verso le persone sofferenti dell’umanità migrante. Ma non convincono. Il contenuto, il tema che questa sorta di installazione vorrebbe illustrare, non è più credibile come anni fa.
L’installazione non svela notizie poco note di vita reale, e alla gente, confusa tra verità e mistificazione, sembra che questa sia la realizzazione artistica di una mistificazione. Questa sarebbe la sua verità. Questo è anche, può dirsi, forse, il parere del giovane pubblico presente, che non si ferma a guardare quello che c’è sulla scalinata, tanto, non vi succede nulla, e si raduna in gruppi o gruppetti, felici di rivedersi, soddisfatti di parlare dell’arte, anche quando non c’è.

Thomas De Falco
MATERIE
a cura di Lucrezia Longobardi