Oggi giochiamo in casa e ci addentriamo nel filone della street art prettamente napoletana. Entriamo nel mondo di Patersondriver, ossia Paolo, 23 anni, originario della periferia est di Napoli. Sta finendo il triennio di nuove tecnologie dell’arte all’Accademia di Belle Arti ma in quel che fa si considera praticamente autodidatta.
Le sue opere esposte al Festival di street art del Giardino Liberato (nel quartiere di Materdei), mandano messaggi chiari con cui è immediato il dialogo e la riflessione. Recentemente si è fatto notare per il suo “paste up” che ritrae lo scultore Jago, attaccato sul portone del suo attuale studio, ossia la Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi.
Quasi sempre i suoi soggetti sono figure umane con cui lo spettatore può facilmente relazionarsi e riconoscersi, stampate a grandezza naturale, perché la sua arte è sempre legata alla realtà e a ciò che ci circonda.

Al Giardino Liberato di Materdei hai esposto due opere in particolare: Likes dealer e The kiss. Come nascono?
«“Likes Dealer” è una delle due versioni della stessa figura “madre” del Dealer, insieme al Poetry Dealer. Rappresentano la figura delle spacciatore che è forse tra i primi protagonisti delle mie opere. Un uomo con il passamontagna che altri non è che lo spacciatore del nuovo millennio, che, ovviamente, spaccia la droga del nuovo millennio, cioè i like sui social, che creano una dipendenza al pari di una droga chimica. Sono il simbolo del consenso altrui e dell’accettazione da parte della massa. Un “mi piace” sotto la foto postata pochi secondi prima sui social comporta una scarica di dopamina nell’organismo, che ti porta a volerne ancora e sempre di più. L’assuefazione da Facebook/Instagram funziona quindi esattamente come qualsiasi altra dipendenza.
“The kiss” invece vuole lanciare un messaggio sicuramente più bello e positivo. Quello che vuole comunicare l’opera è che non esiste UN bacio, ma esiste IL bacio. Non esiste UN amore, esiste L’amore. Ho cercato di rappresentare l’amore universale. Le due figure che si baciano sono formate da decine di immagini raffiguranti i baci più famosi della storia.Baci tra un uomo e una donna, tra due uomini e tra due donne (purtroppo queste ultime solo nella seconda versione aggiornata, dopo essermi accorto della grandissima mancanza!).
Tra i tanti sono presenti opere d’arte come “Il bacio” di Hayez e di Klimt o il bacio tra Honecker e Brezhnev del muro di Berlino. Oppure ancora, foto come il bacio tra Achille Lauro e Boss Doms sul palco di Sanremo, il bacio a Times Square alla fine della seconda guerra mondiale, il primo bacio lesbico trasmesso in orario non protetto in Gran Bretagna, il bacio tra l’immunologo Ferdinando Aiuti e una donna sieropositiva all’Hiv e perfino il bacio tra l’uomo e la dottoressa (scimmia) nel film “Il pianeta delle scimmie».


C’è una tua significativa opera nei pressi di Port’Alba, in pieno centro storico. Un Gesù sceso dalla Croce, che si gode la sua pausa pranzo. A cosa ti sei ispirato?
«La nascita di quest’opera, intitolata appunto “Pausa pranzo”, e la sua storia sono in realtà molto complesse. L’opera è composta da due figure (la Croce e Gesù) divise ma che ovviamente dialogano tra di loro, pur avendo senso di esistere anche l’una senza l’altra. Probabilmente la prima figura nata tra le due è stato il Gesù, che si gode la pausa mentre fuma una sigaretta e beve una birra. Quest’immagine è nata durante un progetto che vedeva come protagonista la birra Peroni, che però non è mai andato in porto».
L’idea è quella di umanizzare la figura sacra, come se stare su quella croce fosse praticamente un lavoro e dopo più di duemila anni anche lui avesse il diritto ad un break. Il vizio del fumo e dell’alcool lo rende ancora più umano.
Per rafforzare il concetto, ho affiancato in un secondo momento la Croce, con la scritta “TRN SUBT” al posto di INRI, quasi come fosse un post-it o uno di quei cartelli che si vedono alle vetrine dei negozi.
Dopo aver attaccato l’opera, come spesso accade, è stata rovinata. Sono tornato ad aggiustarla, riattaccando la testa di Gesù che era stata stracciata ma qualche giorno dopo sono riusciti a strappare la figura di Gesù per intero. A quel punto era rimasta, anche se malandata, solo la croce, che però continuava a mandare un messaggio, quello che ci aveva dato nel tardo ‘800 il filosofo Friedrich Nietzsche: “Dio è morto”. Non è ovviamente inteso letteralmente, ma è la maniera per dire che l’idea di Dio non è più fonte di alcun codice morale o teologico.
Lo studio su questo concetto sta continuando, la forma dell’opera è mutata in un’installazione che porterò alla tesi di laurea».
Dal tuo profilo Instagram c’è anche la poesia visiva. Sono stati i tuoi primi passi artistici?
«Sì, il mio percorso è iniziato così, scrivendo poesie quasi come scopo terapeutico. Aprii il profilo proprio per questo motivo, poter pubblicare poesie in anonimato. Lo stesso mio nome d’arte è preso dal film “Paterson” con Adam Driver, in cui il protagonista che lavora come autista di autobus, scrive poesie per hobby. Penso che scrivere versi in cui ci si possa rivedere sia un modo per sentirsi meno soli. Poi ho conosciuto il Movimento Mep (Movimento per l’emancipazione della poesia) e ho iniziato ad attaccare le prime poesie in giro per Napoli, cosa che poi mi ha portato a sentire l’esigenza di accompagnare il testo anche con la grafica. Ma la grafica ha preso il sopravvento sulle parole e ad oggi è l’unica vera protagonista, con qualche strascico poetico come per l’opera “Poetry Dealer”».


Come hai vissuto la pandemia e come la vivi a tutt’oggi sotto l’aspetto creativo?
«È inutile dire che questo virus ha stravolto completamente la vita di tutti noi. Il primo lockdown è arrivato dopo pochissimo che avevo iniziato ad attaccare le mie opere, però devo dire che, tralasciando la parte tragica del fenomeno, per me è stata quasi una manna dal cielo. È stata l’occasione per fermarmi e ragionare. Ero in balìa della mia vita accademica che occupava tutto il mio tempo disponibile e che tra l’altro non mi soddisfaceva più. Così ho avuto modo di lasciare tutto fuori e spostare l’attenzione su di me e su quello che davvero mi sarebbe piaciuto fare. Ho prodotto e sperimentato moltissimo, anche nel disegno digitale e devo dire che ho quasi un bel ricordo di quel periodo.
Lo stesso non posso dire di questo secondo lockdown, trovandomi in una situazione diversa.
Avanzavo nel mio percorso e questo stop non mi ci voleva! Ho attaccato l’ultima opera in Via Duomo proprio poche ore prima che la Campania diventasse zona rossa. Ma così come la prima quarantena, anche adesso continuo a creare in attesa di tornare in strada».
Da street artist napoletano, qual è la tua considerazione della Napoli artistica?
«Dal punto di vista artistico non mi riesce molto facile farmi un’idea, frequentando questo mondo da meno di un anno. Poco dopo aver iniziato ad attaccare, ho conosciuto tanti altri artisti presenti già da tempo sul territorio, che si conoscono tutti e non hanno esitato ad accogliermi tra loro. Sotto questo aspetto non ho incontrato nessuna avversità, nessuna competizione ma anzi molta solidarietà e aggregazione. Per quanto riguarda la città in senso stretto, in particolare in alcune zone del centro storico che frequento e che offrono molta libertà, nella mia esperienza non ho mai avuto problemi con i passanti o gli abitanti stessi, però mi rendo conto che ormai le mura si stanno saturando e diventa sempre più difficile, almeno per me che opero sempre ad altezza uomo con opere di una certa grandezza, trovare uno spazio libero, stando attento anche a non crossare nessuno.
Quindi sarebbe bello e utile riuscire ad allargare il territorio su cui operiamo.
Per quanto riguarda il “pubblico” napoletano, secondo me è ancora fermo ad un immaginario artistico datato e stantìo. Spesso anche sul mercato, se vai oltre gli stereotipi del mare, il Vesuvio, Pulcinella e il cornino, hai poco successo. È un pubblico che dovrebbe aggiornarsi su quello che è successo nel mondo dell’arte negli ultimi 100 anni. La street art è ancora un concetto molto nuovo e poco riconosciuto, lo si nota anche dal fatto che spesso, opere con un messaggio positivo e sociale, vengono rovinate senza pensarci due volte. Tranne se sei Banksy… e a volte nemmeno».
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Le foto sono gentilmente concesse dall’artista

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