Il romanzo/Antonio Menna: “La bambina senza il sorriso” è un viaggio nella famiglia. Con il mistero della scomparsa

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Ci sono libri in cui talvolta ci perdiamo. Leggendoli d’un fiato. “La bambina senza il sorriso” di Antonio Menna è uno di questi. Ci si immerge in questa storia particolare, accattivante. Che incuriosisce. Un testo appassionante, coinvolgente, ricco di sfumature, dove l’autore ci restituisce un affresco molto intenso di Napoli e della società attuale. Una città raccontata in un modo genuino e ineccepibile. Toccando corde sensibili della vita. Con un finale emozionante, commovente.
«Che ci facciamo io e una bambina sconosciuta di nove anni nel minuscolo salotto di casa mia, alle otto e dieci di una mattina di marzo, seduti come due professionisti che devono concludere un affare o parlare di una loro guerra personale? “Le spiego subito tutto” dice all’improvviso. Le sorrido. Lei no. “Ieri mattina camminavo per via Speranzella con il mio papà. E l’ho smarrito.” Dice proprio così. Smarrito»
Chiaretta ha nove anni e non ha il sorriso. Lei ride, in realtà, ma non si vede. A causa di un disturbo che ha dalla nascita, quando il cervello lancia lo stimolo la sua bocca rimane immobile, come di gesso. Uno, però, che quando lei ride se ne accorge c’è: il padre, Carmine. Solo lui.
Una mattina di marzo, mentre i due passeggiano nei Quartieri Spagnoli di Napoli, la bambina all’improvviso lo perde di vista. L’uomo scompare. Nessuno se ne preoccupa, dato che negli ultimi anni Carmine è andato via già altre volte, per poi tornare a casa. Ma Chiaretta sì, e cercando di avere sue notizie finisce per suonare alla porta di Tony Perduto, giornalista precario che vive da solo in quella zona della città partenopea.
Tony le apre diffidente e l’ascolta, per poi venire risucchiato al centro di un mistero su cui costruisce, un poco alla volta – contro tutti e anche contro voglia – un’indagine minuziosa, guidata solo dalla sua curiosità e animata dalle mille voci dei vicoli di Napoli.
Si compone così, pezzo dopo pezzo, un giallo pieno di suspense e ironia, una storia corale di padri e figli che scorre – come il Sebeto, fiume perduto nel sottosuolo di Napoli – al di sotto delle vite ufficiali, per ricomporsi, a sorpresa, nelle ombre, nelle pieghe più nascoste, in quella verità che, come il sorriso della bambina, in fondo c’è. Anche se la vede solo chi sa guardare. Ne parliamo con l’autore.
Quanto c’è di autobiografico in questo libro?
«Ci sono alcune cose ma molto nascoste. È un romanzo scritto in prima persona e il protagonista un po’ mi somiglia. Può sembrare, quindi, molto autobiografico. Ma non è così. Ci sono cose che mi appartengono anche negli altri personaggi. Credo che questo sia abbastanza comune tra gli scrittori. Vengono seminati pezzi dappertutto, per cui una eventuale biografia dovrebbe avere la capacità e la precisione di comporre una sorta di puzzle»
A cosa ti sei ispirato per questa storia, e quindi cosa ti ha portato a scrivere questo libro?
«È un romanzo sul rapporto padre-figlio, a vari livelli. C’è un viaggio nella famiglia, anzi nelle famiglie. E si parla di lavoro. Questi due temi mi hanno ispirato. Volevo scrivere un romanzo sulla famiglia e sul lavoro, anche nei momenti in cui questi temi si intrecciano tra loro. Ne è uscito – credo – un libro abbastanza articolato, dove i livelli sono molti. Il tema della scomparsa, poi, mi affascina da sempre. Ogni tanto compare il desiderio di fare un reset. Una sorta di formattazione della vita per riscrivere tutto da zero. È impossibile, ovviamente. Ma ho sempre immaginato che chi sparisce volontariamente sia animato da questo desiderio di azzerare tutto e ripartire. Ho lasciato che il romanzo attraversasse per intero il tema della scomparsa, con un personaggio che non c’è ma che anima la storia profondamente»
Perché hai scelto questo tipo di storia investigativa?
«Trovo che l’investigazione abbia il pregio di tenere il lettore dentro una trama. In fondo è la ricerca di una risposta a una domanda iniziale. E cercare risposte alle domande è probabilmente il grande obiettivo di ogni romanzo, anche quello non investigativo. Il romanzo investigativo ha una storia che attiva esplicitamente questo meccanismo, e credo che dentro quella ricerca, quella tensione, si riesca a non annoiare, a tenere il lettore tra le pagine. A quel punto puoi approfittarne per dirgli anche altro».
A cosa è dovuta l’ambientazione nei Quartieri Spagnoli?
«Ci ho vissuto alcuni anni e mentre ci vivevo ho ambientato lì le mie storie. L’ho fatto per una ragione personale e una oggettiva. Quella personale è provare a capire, a fare mio, un luogo che originariamente mi era estraneo, essendo io arrivato ai Quartieri da tutt’altra zona. Quello oggettivo è legato alla natura di questo rione. È un luogo pieno di tensioni, con tante contraddizioni, molta vita ma anche molta aggressività. C’è un’armonia che può diventare lite in un attimo. C’è una sovrapposizione di umanità che sta in equilibrio quasi per caso. È un posto che ha una sua magia, dove per magia io non intendo incanto ma capacità di andare oltre i limiti»
Il personaggio di Tony Perduto meriterebbe una sceneggiatura. Ci hai mai pensato? Immagina questa storia interpretata da vari attori…
«Ogni tanto qualcuno ci pensa. Anche per altri miei libri si è pensato a film o a rappresentazioni teatrali. Io, però, credo che i linguaggi siano differenti e che ognuno debba fare il suo mestiere. Il cinema è un altro racconto. Si possono prestare delle storie al cinema ma poi un film fa il suo racconto con i suoi strumenti. Quindi ne verrebbe tutt’altra cosa. Ma sarebbe affascinante»
Grazie, Antonio, per il tuo tempo. Cos’altro aggiungere? Non vi resta che leggere questo meraviglioso libro. E intanto attenderemo con ansia di poter leggere altri tuoi scritti.
©Riproduzione riservata 
La bambina senza il sorriso
di Antonio Menna
pagg. 220
16 euro

L’AUTORE

Antonio Menna, nato a Potenza, in Basilicata, ma da sempre residente a Napoli, è laureato in Scienze Politiche. Giornalista professionista, scrive per Il Mattino e Tiscali.it, e lavora per Radio Crc. Ha scritto Se Steve Jobs fosse nato a Napoli (Sperling & Kupfer 2012), Tre terroni a zonzo (Sperling & Kupfer 2013), Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai Quartieri Spagnoli (Guanda 2015). Quest’ultimo è stato tradotto e pubblicato in Francia dalle edizioni di Liana Levi; l’edizione francese del romanzo è stata premiata dal settimanale Le Point come uno dei cinque migliori romanzi polar europei usciti in Francia nel 2015.
In foto, l’autore e la copertina del libro

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