La cultura come risorsa italiana. A voler parlare solo di denaro, escludendone il valore sociale, nel nostro paese il giro di affari dell’industria culturale è (dai dati del Il Sole 24 ore), al terzo posto tra quelli occupazionali. Il suo valore nel 2015 era stimato sui 48 miliardi, in crescita rispetto al Pil, contando quasi 500mila lavoratrici e lavoratori.
Fondazione Symbola Unioncamere  che dal 2004 si occupano di quantificare il peso sull’economia nazionale dei settori creatività e cultura, davano il comparto, nel 2018, in ulteriore crescita, con incremento di occupati e di valore del settore. E le arti performative hanno un ruolo di primo piano.
Nonostante questo, per quanto riguarda il teatro, al momento, non vi è una progettualità specifica che consenta a chi lavora e produce di sostenersi e ripartire in tempi brevi. Ne parliamo con alcuni operatori teatrali di Napoli e dintorni. Cominciamo con Mirko Di Martino, drammaturgo, regista e direttore artistico del Teatro Tram, raggiunto via e-mail.

Mirko di Martino
Qui sopra, Mirko Di Martino. Nella foto in alto, una scena dello spettacolo “Lumache” di Pietro Juliano proposto al Tram prima dell’emergenza da Covid19

 Il ministro Franceschini ha incontrato alcuni esponenti del mondo dello spettacolo. Si parla di 20 milioni di euro da destinare a quelle realtà che non fanno parte del Fus (Fondo Unico per lo spettacolo). Che ne pensa?

Le dichiarazioni di Franceschini sono al futuro, sono indicazioni di ciò che verrà fatto e vorrà fare, ma non sappiamo come verranno erogati i fondi, in che percentuale e a chi andranno, quindi dobbiamo aspettare. Di certo i fondi erogati servono a tamponare l’emergenza, emergenza che però è iniziata già da due mesi e quindi sono, in ogni caso, tardivi seppure benvenuti. Verificheremo se ci sarà un seguito alle dichiarazioni. Certo per la ripartenza non è questo che serve, ciò che serve è un progetto diverso.

Il ministro propone una piattaforma culturale digitale, una Netflix italiana che ospiti spettacoli. Una buona idea?
L’idea della piattaforma a pagamento fa parte del modo in cui si fa politica oggi, una politica che cerca il consenso immediato, che cerca il like al post nella convinzione che domani ci sarà un altro post da pubblicare e un altro like da ricercare. Non c’è nessun progetto concreto, non si è visto da nessuna parte un disegno concreto di come dovrebbe essere questa piattaforma e, quindi, ancora una volta è soltanto un annuncio che, probabilmente è morto lì. Anche perché l’opinione generale del settore è stata che questa idea fosse totalmente sbagliata se non risibile. Personalmente condivido, è una cosa totalmente diversa dal teatro, una possibilità, ma non un modo per risolvere, quindi è proprio sbagliato proporla in questo momento perché non è un modo per risolvere il problema del teatro. Che poi ci possa essere, a parte che esiste già RaiPlay e non vedo perché non implementare quella, ma è una possibilità totalmente alternativa, di certo non sostiene e non risolve i problemi del teatro che vanno risolti in presenza con il pubblico.
In che modo le piccole realtà possono tutelarsi al momento? Come state affrontando la situazione?
Per le piccole realtà intese come spazio off, piccoli spazi teatrali, la situazione è molto difficile perché noi non beneficiamo normalmente del sostegno statale, abbiamo un piccolo sostegno regionale e basta, quindi noi non abbiamo una tutela economica che ci permetta di sostenerci nelle difficoltà di questo momento, noi siamo in uno spazio in affitto e come noi tanti altri. Spese di bollette, fitto, manutenzione e altro dobbiamo continuare a sostenerle, da questo punto di vista c’è una grossa difficoltà a sperare questa fase di emergenza perché è una lotta quotidiana che non siamo preparati ad affrontare e non siamo neanche sostenuti ad affrontarla. Il Tram cerca di mantenere soprattutto il rapporto con gli spettatori e la comunità del TRAM, spettatori, formatori, compagnia, tante persone che vivevano attorno al TRAM e che, non esistendo in questo momento lo spazio fisico, mantengono vive le relazioni con i mezzi a disposizione per essere pronti alla ripartenza.
Dalla piattaforma change.org appare  Attrici Attori Uniti denunciano la rottura dei contratti di lavoro senza il rispetto delle leggi sul licenziamento e chiedono l’istituzione di un reddito specifico.  Cosa succedo a livello territoriale? Ci si potrebbe unire per muovere richieste chiare allo Stato e alla Regione?
Il problema dell’unità del settore è un problema antico che non scopriamo adesso che siamo in una situazione molto difficile, adesso emerge tutto lo spezzettamento, la frammentazione del nostro settore, una cosa che ci portiamo dietro da un sacco di tempo. Non riusciamo a unirci, probabilmente non possiamo avere un sindacato forte come quello dei metalmeccanici, giusto per indicarne uno come riferimento, perché il lavoratore stesso dello spettacolo per una antica tradizione, in Italia vive di emergenza, di carenza di informazione e di tutele. Vive anche di enormi diversità tra le diverse realtà e il diverso tipo di lavoro, dire fare l’attore è completamente diverso se si è attori di un teatro nazionale o se si è attori di una compagnia emergente, è come se fossero lo stesso lavoro ma che si svolge su due pianeti diversi.
E per i teatri?
Questo vale anche per i teatri, c’è molta differenza tra i piccoli teatri, i grandi teatri, quelli finanziati e quelli non finanziati, quando si va ad unirsi bisognerebbe avere delle richieste comuni, ma queste richieste comuni non si riesce a vedere su quali punti possano essere mosse, perché ogni volta che si richiede qualche cosa resta fuori qualcun altro, nel mondo del teatro è così. Allora, prima di tutto bisognerebbe capire cosa significa essere attore, in qualunque condizione lo si faccia, è un discorso che va oltre l’emergenza di questo momento.
Un punto di ripartenza potrebbe essere la programmazione estiva?
Il Comune di Napoli credo che andrà in questa direzione perché ha sempre organizzato eventi all’aperto, si tratterà ora di organizzare diversamente. Comunque questo non risolve la crisi del settore, anche perché bisognerà capire chi gestisce questi eventi e come vengono assegnati gli spazi, ci sarà una direzione artistica? Si farà a turno? Chi resterà fuori e in base a quali criteri? ci sarà un sostegno economico? Avere uno spazio in cui possono entrare cinquanta persone non vale la pena, in termini di investimento, se si tratta di una sera o due. Quindi non si può ragionare semplicemente sull’avere o non avere il teatro all’aperto, il ragionamento deve essere molto più ampio e deve essere sistemico, molto più complesso cercando di fare in modo di non peggiorare, acuire, gli squilibri che sono all’interno del mondo del teatro, che stanno emergendo, e che invece al contrario vanno assolutamente appiattiti.
Come si dovrebbe ragionare, secondo lei?
Servono degli ammortizzatori, per riformare tutto il sistema che deve essere ripensato dalla base. Allo Stato e alla Regione si chiedono delle linee chiare di azione, delle direttive che indichino le condizioni grazie alle quali riaprire. Bisogna definire i comportamenti da tenere, la distanza, le mascherine, il gel, qualunque presidio e azione, purché ci venga detto a quale condizione noi possiamo riaprire. Questo perché abbiamo bisogno di tempo per adeguare i nostri spazi, sanificare e cambiare il nostro progetto artistico e produttivo. Chiaramente se non ci vengono dati i fondi per adeguarci come potremmo ripartire? Il nostro lavoro dipende, in questa fase, dalle norme che al momento non solo non ci vengono dette, ma non sono neanche discusse, è questa la cosa peggiore, l’enorme carenza di questa fase, è la totale mancanza di un discorso serio e complesso su come fare a ripartire.
Grazie a Mirko di Martino per aver risposto alle nostre domande.
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