Continua in modo anomalo e pieno di contraddizioni il ragionamento dell’autonomia differenziata avanzato dalle Regioni del nord. Veneto, Lombardia e Emilia Romagna marciano alla testa del settentrione e la Campania, nel Mezzogiorno, subisce questa condizione dettata altrove, con l’attuale presidente della Regione Vincenzo De Luca da un lato, che ammicca ai leghisti Luca Zaia e Attilio Fontana, e Stefano Caldoro dall’altra che avanza un quesito referendario farsa e di stampo separatista, per pareggiare i colleghi di lassù.
I rappresentanti del nord e del sud si muovono dentro una cornice compatibilista capace di produrre separazione e livelli disuguali di servizi, prestazioni ed opportunità pubbliche. Ambedue le posizioni risultano essere innanzitutto contro gli articoli 2 e 3 della Costituzione, ovvero fanno venir meno i doveri inderogabili della Repubblica finalizzati a garantire la solidarietà politica, economica e sociale, oltre alla parità sociale, ovvero la garanzia di uguali condizioni personali, senza alcuna distinzione.
La contraddizione più evidente riguarda la scuola: salari, sistemi valutativi e percorsi educativi diversi tra aree del paese. Alunni e personale (docente e non) dovranno misurarsi con condizioni di partenza non omogenee, così mettendo in discussione la esigibilità di diritti fondamentali e paritari. Chi è fortunato a nascere in una Regione ricca e virtuosa verrà formato meglio e con più utilità, viceversa chi vivrà in un’area depressa e strutturalmente disagiata dovrà stentare a pareggiare i primi, poiché avrà a disposizione meno strumenti e peggiori opportunità.
I salari differenziati, come scelta immediatamente conseguente, sposteranno in soffitta il contratto collettivo nazionale, introducendo surrettiziamente le gabbie salariali, paghe disuguali tra lavoratori dello stesso comparto, diversificazione di stipendi ed orario di lavoro.
La regionalizzazione dell’istruzione cambierebbe radicalmente gli intendimenti dei costituenti che hanno preteso annoverare la promozione e lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica tra i diritti fondamentali della Repubblica, affidando a quest’ultima gli ostacoli da superare. Tale scelta esige uniformità e uguaglianza su tutto il territorio nazionale, proprio per questo è compito dello Stato, ovvero del soggetto principale, rimuovere eventuali distorsioni. Esattamente il contrario di ciò che si propongono gli attuali Governatori, cioè allargare la distanza tra aree del paese, dividere parti di territorio e differenziare diritti e possibilità.
Trattenere il residuo fiscale (al nord) e/o creare una macroregione (al sud) sono due facce della stessa medaglia. In assenza di livelli essenziali di assistenza e di omogeneità di trattamento dei cittadini di fronte a diritti infungibili, ovvero da garantire a tutti e con pari intensità, disarticolerebbe i compiti della Stato e le stesse previsioni della Costituzione rimarrebbero mere affermazioni di principio ed inutile declaratoria.
La scuola, la formazione e la ricerca scientifica, ovvero i principali produttori di cultura e benessere, non possono essere negoziati dalla politica, non devono diventare oggetto di mercificazione di scelte a vocazione territoriale. Deve esistere un arbitro, un mediatore al di sopra delle parti, un giudice sereno ed equanime, capace di garantire uniformità e garanzia di imparzialità. Questo è lo Stato, questa è la Repubblica, una e indivisibile.

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