Oggi prendiamoUn caffè con … Mario Di Costanzo”, che saluto e ringrazio, con il quale continuiamo il ciclo di incontri per parlare di autonomia differenziata e dei rapporti socio-economici tra Nord e Sud del paese. Mario Di Costanzo è il responsabile del Servizio formazione socio-politica della Chiesa di Napoli.
Caro Mario, in questa umanità diffusa che sto ascoltando, per darne pubblicamente conto, ci sei anche tu perché sentivo l’esigenza di far emergere un punto di vista cattolico, per me autorevole, su dove sta andando il dibattito tra Nord e Sud in questo contingente storico. Ed essendo tu un “sensibilizzatore sociale” immerso nelle vicende pastorali, spirituali, della chiesa, è necessario registrare e successivamente cercare di mettere insieme i “mondi” con cui ci si confronta. Secondo te, è il caso di portare a “sintesi responsabile” il tutto oppure dobbiamo considerare perso il campo?
«Che si debbano “mettere insieme i mondi” mi pare non solo utile ma, dici bene, necessario, indispensabile. Qualcuno, molti anni fa, disse che “le nostre città sono una folla di solitudini”. E’ così, anche se non lo si dice. Viviamo in un contesto solo apparentemente comunicativo. In realtà è urlato. Anche le notizie nei tg non sono comunicate ma urlate. Non è un caso. E’ una tecnica. Più la urli, più sembra importante. E questo, ovviamente, avviene anche nella comunicazione politica: i talk show sono sequele di interruzioni e invettive reciproche. Nessuno spazio per un ragionamento e quindi per un confronto meditato, argomentato, per un ragionamento che lasci spazio al pensiero politico, il grande assente. E, naturalmente, dalla politica la gente si allontana. A volte mi vengono in mente quelle tribune politiche di fine anni cinquanta – primi anni sessanta. Lì c’era la possibilità di fare un ragionamento politico. Che poi si poteva condividere o non condividere ma, vivaddio, si ragionava di politica! Dopo di che, ci chiediamo com’è che la gente non va a votare … Ma di che ci meravigliamo? Ma questa non è nostalgia dei tempi passati! Come si spiega il successo di questo papa? Si spiega col fatto che ti dice delle cose serie che magari tu puoi anche non condividere, ma te le dice seriamente, senza urla, guardandoti – attenzione! – negli occhi. E molti, anche non credenti, ne sono conquistati. Conclusione: sì, è necessario registrare e successivamente cercare di mettere insieme i “mondi” con cui ci si confronta».mario di costanzo
Lo Stato, questo Stato, ha sicuramente rinunciato a realizzare una sintesi delle varie forze sociali, ovvero non ha corretto la “inferiorità” del più debole (leggi SUD). Secondo te, non ha saputo o non ha voluto portare una aequitas nei rapporti tra le diverse aree del paese?
«Sai cos’è? E’ che tutti parlano di bene comune ma nessuna sa cosa esattamente sia il bene comune. Cioè il principio di bene comune. Che, lo dico giusto per chiarezza, non c’entra nulla con i beni comuni di cui si è vantata l’amministrazione comunale di Napoli che poi ha lanciato questa cosa con l’assessore Lucarelli. Ma poi Lucarelli ha lasciato e la cosa è stata gestita in modo totalmente diverso e, l’ha detto lui in un pezzo sul Mattino, sbagliato.
Faccio una citazione, visto che mi chiami in causa come espressione del laicato cattolico. Seguimi con attenzione: “Finalità complessiva della politica è il bene comune, che non è la semplice somma degli interessi particolari, ma implica una loro valutazione … in base ad un’equilibrata gerarchia di valori”. Che significa questo? Intanto ci dice cosa non è il bene comune: non è la somma degli interessi particolari. Cioè, questa si può anche fare ma si chiama lottizzazione: con il bene comune non c’entra niente. Invece il bene comune implica una valutazione degli interessi particolari “in base ad un’equilibrata gerarchia di valori ed un’esatta comprensione della dignità e dei diritti della persona”. Questo, in concreto, significa che il punto di riferimento è la dignità della persona e che gli interessi particolari vanno valutati in base a dei valori di riferimento. Ora un valore di riferimento potrebbe essere, che so?, il principio di legalità. Bene. Ma legalità significa rispetto delle regole. E le regole devono essere giuste. Per intenderci, un’astratta applicazione, un’applicazione giuridico-formale del principio di legalità avrebbe imposto il rispetto, ad esempio, delle leggi razziali. Cioè il massimo dell’ingiustizia. L’ho detto: giustizia. Ma quand’è che una regola è giusta? Quando tutela i soggetti deboli, le persone fragili. Ecco questo può essere un vero valore di riferimento: la tutela dei soggetti deboli.
A questo punto valutiamo su queste premesse il tema dei rapporti tra le diverse aree del Paese e traiamo le conclusioni».
Giuseppe Dossetti in un suo articolato discorso del 1951 dal titolo:” Funzioni e ordinamento dello Stato moderno”, affermava che il potere politico è stato largamente inadempiente rispetto al suo compito di mediazione fra le diverse parti territoriali. Davvero lungimirante. Può essere stato determinato da questo il dislivello tra Nord e Sud dell’Italia, o vedi altro?
«Forse potrebbe essere stato determinato dall’idea stessa di “mediazione”. Dunque: Dossetti dice che “il potere politico è stato largamente inadempiente rispetto al suo compito di mediazione”. Che cosa significa questo? Azzardo un’interpretazione. Il problema è nato proprio attorno al significato della parola “mediazione”. Io ho sempre sentito dire che la politica è l’arte della mediazione. Vero. Il problema è che esistono due tipi di mediazione: c’è la mediazione di basso profilo che si fa spartendo assessorati, consigli di amministrazione. E c’è la mediazione ”alta”, che si fa mediando tra valori, idee, progetti. Ecco, quella che progressivamente è prevalsa negli anni, ma già dagli anni cinquanta!, è stata la prima mediazione, quella di basso profilo. Dossetti l’aveva intuito. E oggi ne scontiamo le conseguenze».
Il movimento delle Sardine scrive al Presidente del Consiglio – Conte – è suggerisce tre percorsi, uno di questi è il Mezzogiorno. I seimila firmatari parlano del Sud come “un filo un po’ maltrattato”, malgrado conserva la sua dignità. Questo neonato movimento può dare la giusta spinta alla questione meridionale o lo vedi lontano?
«Voglio essere chiaro. Io mi sono francamente seccato di sentir parlare di questione meridionale in termini generici, astrattamente teorici, quasi filosofici. Su questi temi servono chiarezza e concretezza. Proprio per essere chiari, voglio raccontarti un episodio di, più o meno, otto anni fa. Era il momento delle elezioni amministrative. Viene a Napoli un giornalista di Famiglia Cristiana. Mi chiede un’intervista. Bene. Ci vediamo. Parliamo un’oretta. L’argomento: Napoli (non il Napoli). Alla fine la domanda secca: “Ma insomma secondo lei qual è il vero problema di Napoli, quello che viene prima, ma proprio prima di tutti quanti gli altri?”. Rispondo: “Probabilmente altri le avranno detto: casa e lavoro. Vero, sono problemi seri, gravi. Magari il traffico o i rifiuti. Ma io le dico che il vero problema di Napoli, quello che viene prima, proprio prima di tutti gli altri, è l’istruzione e la qualità dell’istruzione”. Mi guarda stranito: non gliel’aveva detto nessuno! Aggiungo: “Gliela la dico con una battuta. Il giovane che a malapena consegue un titolo di studio rischia la disoccupazione. Ma il bambino, il ragazzo che il titolo di studio non lo avrà mai, non rischia, è già oggi, a 7, 8, 9 anni condannato alla disoccupazione se non alla malavita. Se gli va tutto bene, al lavoro nero. In ogni caso è già oggi condannato ad essere per tutta la vita un soggetto marginale nella vita della sua città. Per intenderci: se oggi investiamo in istruzione, tra trent’anni Napoli cambierà. Sto parlando di evasione e di dispersione scolastica. Ma non c’è un solo candidato che su questo abbia speso uno straccio di parola. Ovvio: è un tema che non porta voti. Ecco che cosa intendo per chiarezza».
I cosiddetti “liturghi di Dio” del Sud, sempre di dossettiana memoria, sono permeati del tema dell’autonomia differenziata? Per dirla più chiaramente, la Chiesa del Sud reagisce e in che maniera rispetto a una probabile spaccatura dell’Italia in diverse parti?
«La Cei è intervenuta spesso sui temi della questione meridionale. A questo punto attingo a un documento, Chiesa italiana e Mezzogiorno: è del 1989 ma sembra scritto ieri. Lo cito e fai attenzione soprattutto all’ultimo capoverso. Intanto si dice che lo sviluppo del Sud è stato, in questi decenni, “distorto”. Cioè “il Mezzogiorno è stato più “oggetto” che “soggetto” del proprio sviluppo”. In questo quadro ha avuto una rilevanza tutta particolare “il peso assunto dai rapporti di potere politico” che hanno favorito “rapporti di dipendenza verticale verso le istituzioni, con una crisi di sviluppo della società civile e delle autonomie locali”. E questa dipendenza si è accentuata “nei confronti dello stato” che è stato visto essenzialmente come “erogatore di risorse di varia natura, con un’enfasi sull’intervento pubblico, specialmente straordinario”. Ed effettivamente molti descrivono l’imprenditoria meridionale come un’imprenditoria assistita.
Ma c’è di più: la cultura della dipendenza ha determinato ”una rete di piccolo e grande clientelismo, che misconosce i diritti sociali e umilia i più deboli”. In concreto, “i gruppi di potere locali si presentano verso il centro come garanti di consenso e verso la base come trasmettitori di risorse, più o meno clientelari”. Parole pesanti. Altro che cultura della cittadinanza! Qui siamo alle prese con una cultura della sudditanza, che è esattamente l’opposto.
Certo, aggiungono i vescovi, “questo non è solo un problema meridionale. È un problema morale di tutto il Paese”. Se solo parliamo di rifiuti, è ormai acquisito il fenomeno di imprese del Nord che non hanno avuto difficoltà ad intrattenere cordiali rapporti con la camorra quando si sia trattato di conseguire il massimo profitto possibile. Come si vede, il discorso richiederebbe molte riflessioni in più. Ma in queste condizioni nessuno ha il titolo morale per imporre spaccature del Paese».
Gli intellettuali possono dare una mano a risollevare le sorti del Sud, con un programma di avanguardia sociale capace di parlare innanzitutto a chi si sente orfano della politica, dei partiti, delle istituzioni e finanche dei corpi intermedi? Ma, prima ancora, chi sono gli intellettuali oggi?
«Risollevare le sorti del Sud, con un programma di avanguardia sociale significa lotta spietata alla malavita. Si può fare, lo so per esperienza. Ma c’è la volontà? Contestualmente attivare dinamiche virtuose di valorizzazione delle risorse giovanili di cui disponiamo. Anche questo si può fare. Giusto per fare un esempio, a Napoli lo hanno dimostrato i giovani che hanno rilanciato le catacombe di San Gennaro. Contestualmente ancora, l’ho già detto, eliminazione radicale dell’evasione scolastica. Cioè politiche sociali. Quanto agli intellettuali: ma perché, ce ne sono? Magari, sì, forse qualcuno. Ma se pensiamo ai modelli del secolo scorso, quelli che scuotevano le coscienze …  Il guaio è che qualcuno pensa che gli intellettuali siano gli opinionisti che vanno in tv! Per carità …».
©Riproduzione riservata 
Nelle foto, un’immagine dei vicoli di Napoli e Mario di Costanzo