Una tassa minima globale per le multinazionali, e Google e Facebook quasi se la ridono. Siamo sicuri che l’accordo del G7 sia utile e veramente redistributivo? Più di un dubbio affiora.
Innanzitutto è Thomas Piketty a bordare contro i ministri delle finanze dei sette “grandi” della terra. Secondo l’economista francese, tassare al 15% i grandi gruppi economici mondiali, non solo non basta, ma potrebbe addirittura farli risparmiare. Sta di fatto che una famiglia media e le piccole e medie imprese si trovano, attualmente, in un regime fiscale addirittura superiore.
Probabilmente una misura che nascerebbe per essere redistributiva della ricchezza, spostandola da chi più ha a chi meno possiede, sortirebbe invece l’effetto contrario. Così aumenterebbe il raccolto delle tasse ai cittadini (poveri) a vantaggio dello sceriffo di Nottingham (ricchi). Una sorta di operazione alla Robin Hood rigirata all’incontrario.
L’accordo raggiunto dovrà essere ratificato dal G20 che si terrà a luglio prossimo e successivamente dall’OCSE. Quindi, presumibilmente sarà operativo tra non meno di due anni, a regime.
E chissà quante altre pressioni potranno ancora avanzare per azzerare anche questo risultato, già di per sé debole.
Il presidente degli Stati Uniti aveva proposto di tassare le multinazionali tecnologiche minimo al 21%. Una misura più equa, sicuramente più invasiva e, quindi, più decisiva per spostare liquidità verso le economie povere. Ma paradossalmente lo Stato capitalista per eccellenza, gli USA, si è trovato contro proprio quegli Stati che avrebbero dovuto essere tra i primi a orientarsi in tal senso. E l’Italia è tra questi. Si è capovolta la piramide!
Piketty invita ad aprire gli occhi anche su un altro versante riflessivo. Se tutti pagassero le tasse al 15%, come farebbero gli Stati a sostenere i servizi essenziali per i cittadini (scuola, sanità, trasporti)? Questo vorrebbe dire che pochi (ricchi) pagheranno il 15% delle tasse, e a tutti gli altri dovrà essere chiesto di più (poveri).
Più utile, sicuramente, risulterebbe una imposta patrimoniale sulle persone giuridiche. Una patrimoniale variabile (a seconda del fatturato), con una franchigia al di sotto della quale le imprese sono esenti.
Ecco una funzione che sosterrebbe una vera redistribuzione del reddito, una imposta unica europea capace di avvicinare un sistema fiscale progressivo, senza permettere ai grandi contenitori economici di stabilire una sede legale diversa da quella di produzione, per convenienza.
La UE, dopo l’unificazione della moneta, si avvia a una difesa unica europea, facendo finta di tassare i patrimoni delle multinazionali.   
È del tutto inutile che la presidente della Commissione europea spertica le lodi a questa misura, e l’Italia che le corre dietro con aggettivi ancor più entusiasti. Si tratta di un solletico per Bezos, Forbes e compagnia.
La sicurezza economica e militare che l’Europa pretende non prevede salari unici e progressività fiscale, ma calcola scientemente di non disturbare i ricchi e reprimere il dissenso, di restringere la democrazia e allungare il passo dei più forti a danno di tutti gli altri.
La storia si ripete, e stavolta bisognerebbe darsi tempismo d’urgenza perché ciò non accada.
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