5 domande per Napoli. Proseguiamo con la nostra rubrica di approfondimento politico. Obiettivo: determinare un quadro di idee, analisi, contributi, dubbi, proposte, di autorevoli commentatori in uno spirito di coraggio, umiltà e compartecipazione, a servizio della città a venire. Ne parliamo con Carlo Falcone, presidente associazione Sudd.

Qui sopra, Carlo Falcone. In alto, il lungomare di napoli in uno scatto di Giulia Marotta da Pixabay


1)Napoli è tra più fuochi: un avamposto contro l’autonomia differenziata avanzata dalle Regioni del Nord, una città alla ricerca di un’identità perduta tra le tante “anime” del Mezzogiorno ed un capoluogo che non accetta fino in fondo la sfida nell’ambito dei paesi del Mediterraneo. Avere un’idea di città significa avere un’idea di futuro. Quale la tua?
«Napoli è la città dove sono nato, dove sono cresciuto e mi sono formato e dove vivo ancora oggi. È una città difficile, questo è un dato oggettivo, ma i napoletani hanno dimostrato nel corso della storia di sapere fare fronte a queste difficoltà con delle capacità straordinarie e che hanno lasciato un segno importante: questo vale nel campo della arti e della cultura, come in quello delle scienze come della politica. Fino al campo della filosofia e quello dell’economia. Proprio a Napoli, con Antonio Genovesi, è nata quell’economia civile che, fondata su principi come la mutua assistenza e la reciprocità, propone un modello di sviluppo che è ancora oggi un punto di riferimento per tanti filosofi e intellettuali che non solo nell’ambito cattolico, propongono una alternativa allo statalismo e a quel neoliberismo che hanno generato disuguaglianze e immobilismo sul piano sociale e culturale nel secolo scorso e fino ai giorni nostri. Napoli, come dicevo, è una città difficile, ma che ha già dimostrato nel corso della sua storia, di saper dare il meglio di sé stessa nei momenti più difficili e soprattutto quando ha saputo aprirsi al mondo e diventare una città internazionale. La mia idea di futuro è una Napoli costruita su di un sistema di relazioni che significa inclusione e per fare questo penso che sia necessario riscoprire quello che si può definire come senso di “civitas”: potenziare il sistema di infrastrutture, materiali e immateriali, può significare inclusione e accorciare le distanze. Il rispetto delle regole riduce quel “gap” che ancora oggi sembrerebbe dividere Napoli dal resto delle grandi città del nostro continente. Napoli deve andare oltre quello che storicamente è stato definito come “nonsipuotismo” e può e deve essere un punto di riferimento per tutto il Mezzogiorno e oltre. Possiamo e dobbiamo partire da quella che è la nostra storia, quello che costituisce il nostro capitale semantico, e guardare al mondo che ci circonda, l’Europa, il Mediterraneo. Nei rapporti con l’intero continente e poi con il bacino del Mediterraneo si gioca il futuro di Napoli e dell’intero paese: questa è la grande sfida che abbiamo davanti. Non possiamo mancarla e sono sicuro che, mettendo assieme tutte le grandi forze che sono dentro questa città, superando le differenze sociali, economiche e culturali che sono al suo interno, sapremo cogliere questa sfida e quella che può e deve essere un’opportunità».
2)L’esigenza di una piattaforma programmatica propositiva, di medio-lungo periodo, non necessariamente in contrapposizione alle città del Nord, è più che una necessità per Napoli e per il Sud. Questa scelta impone un dialogo pressante con i Governi, qualsiasi essi siano, per un capoluogo che conti e non solo racconti. Il dialogo istituzionale è positivo sempre e comunque oppure deve passare prima per una rottura traumatica, viste le tante “sottrazioni” a cui gli esecutivi nazionali ci hanno tristemente abituati?
«Faccio una premessa: il momento storico particolare impone quella che deve essere una collaborazione a tutti i livelli. Mi riferisco al piano istituzionale, dunque dentro le istituzioni e tra tutti i livelli istituzionali, ma pure tra le differenti forze politiche. In questo senso guardo con il giusto interesse alla formazione del Governo Draghi. È chiaro che è stata scelta una personalità di alto profilo per guidare il Governo del paese in questo momento difficile e che il nuovo Presidente del Consiglio abbia giustamente voluto raccogliere attorno a sé le principali forze politiche, cercando una maggioranza ampia e che possa portare avanti un percorso condiviso per l’intero paese. Si è osservato che tra le personalità che compongono il Governo, la maggioranza tra queste sia del nord, ma questo non può e non deve costituire un alibi per Napoli e per il Mezzogiorno. Questo è il momento di lavorare uniti e può essere il momento giusto per porre le basi per un nuovo rapporto tra nord e sud del paese. Lo scontro politico è una condizione necessaria per gli equilibri del paese, ma questo deve avvenire nel rispetto dei ruoli e delle sedi istituzionali e deve prevedere in ogni caso una visione che vada al di là di quelli che possono essere dei contesti limitati sul piano geografico e territoriale. Non può esserci un rilancio dell’economia del nord senza il sud; l’economia del Mezzogiorno non potrà mai decollare senza un piano di sviluppo integrato sul piano nazionale. Spetta alla politica dare il giusto indirizzo, adoperando anche un linguaggio differente da quello adottato fino a questo momento, affinché si superino spaccature che sono dannose e degli schemi dietro i quali molto spesso ci si nasconde. Il Mezzogiorno se vuole fare valere le proprie ragioni, deve farlo all’interno delle istituzioni, dentro il Governo nazionale, in Parlamento, nelle sedi deputate al confronto politico, rivendicando la propria centralità in un piano di ripresa che riguarda l’intero paese».
3)Le categorie sociali ed economiche di Napoli molto spesso disegnano “separatamente” il destino dei cittadini, ognuno con la presunzione della conoscenza che diventa verità assoluta e non riproducibile da tutti gli altri. Il dialogo, la sintesi, una comunità di interessi, tra i soggetti sociali della nostra città sono possibili o ci dobbiamo rassegnare per sempre?
«Prima ho accennato al “nonsipuotismo”. La mia storia personale, come la mia storia politica e anche quella come operatore nel terzo settore, mi ha insegnato invece che “si può fare”. Ma qualsiasi obiettivo può essere raggiunto solo attraverso quella che è una messa in discussione di sé stessi e un percorso proficuo in questo senso può avvenire solo mettendo in piedi un sistema di valori che sia fondato sul principio dell’inclusione e della relazione. Ci sono parti della città che – specialmente in questo momento così difficile – appaiono ai margini dalla vita politica e sociale della città di Napoli. Ci sono posti, interi quartieri, categorie di persone, cui si fa riferimento solo quando questi devono essere oggetto di un qualche tipo di “narrazione”. Questo è un limite che non riguarda solo la città di Napoli: non c’è dubbio che finché continueremo a ragionare secondo degli schemi “fissi” e dove non avviene una vera e propria sintesi, dove si vuole ragionare secondo delle divisioni in “blocchi” della società secondo dei parametri predefiniti, non potremo veramente risolvere le grandi questioni che affliggono una grande città come Napoli. Del resto quando parliamo di Napoli, oggi, dobbiamo ragionare in termini di città metropolitana e la città metropolitana di Napoli conta oggi tre milioni di persone. È una delle più grandi realtà metropolitane della città. Dobbiamo partire dal dettaglio per guardare poi alla dimensione complessiva e dare una risposta ai bisogni di tutte le persone che vi abitano. La politica nel secolo scorso e fino a questo momento ha troppo spesso, quasi sempre trascurato i bisogni e le aspirazioni dell’individuo. Bisogna saper guardare al bene comune, allora, ma anche tutto questo processo deve passare necessariamente dalla capacità di sapere valorizzare e riconoscere le capacità di ciascuno. Bisogna dare modo a ognuno di riuscire a dare il massimo delle proprie capacità: qui la politica ha un ruolo fondamentale. Non si tratta solo di fare buona amministrazione. La buona amministrazione è efficace solo se è legata a quella che è una buona politica, indispensabile per dare la giusta direzione in cui fare quelle scelte necessarie a rilanciare la centralità dell’individuo e quel ruolo determinante che ognuno di noi ha all’interno del contesto in cui viviamo».
4)Dopo il Covid-19 è cambiato il mondo e le città non potranno restare a guardare. Secondo te, Napoli in quale miglior modo può reagire, quale terreno deve principalmente recuperare per non “perdersi” definitivamente?
«Napoli è una realtà molto complessa. Come ho detto, si rende necessario ragionare in termini di città metropolitana – parliamo quindi di tre milioni di abitanti, una delle più grandi aree metropolitane dell’intero continente – ma pure in termini di un contesto che era già difficile e che dovrà necessariamente dimostrarsi all’altezza delle grandi sfide che riguarderanno l’intero paese. Abbiamo davanti a noi in primo luogo la battaglia contro il Covid-19. Questa va affrontata tanto sul piano sanitario quando sul piano di interventi che devono essere di tipo strutturale e infrastrutturale. La nuova città di Napoli avrà bisogno di un sistema integrato di trasporti che dovrà essere all’altezza dei tempi e capace di ridurre le distanze e di rendere maggiormente snello e efficiente l’intero contesto metropolitano. Trasporti, strade, scuole, servizi al cittadino: bisognerà ripartire da qui, con la giusta e doverosa integrazione tra analogico e digitale, consapevoli che ciascuno dei due aspetti non può prescindere dall’altro e che le previsioni in questa direzione vanno fatte proprio allo scopo di andare incontro alle categorie più svantaggiate. Un grande piano di investimenti in questo senso è fondamentale: Napoli è una città “vecchia” e che sul piano strutturale presenta delle carenze gravi. Avvenimenti anche drammatici hanno mostrato già prima della diffusione della pandemia che la città aveva dei deficit strutturali molto gravi. È un gap che va necessariamente colmato andando contro resistenze che sono in molti casi anche di natura culturale. Napoli non si “perde” se si investe in infrastrutture, se si investe in competenze, se si sceglie l’inclusione e la formazione invece che l’assistenzialismo, se la politica e in particolare la “buona amministrazione” significano fare da fluidificante e da elemento facilitatore allo sviluppo economico: attività nel settore del commercio e del terziario, dei piccoli commercianti e degli artigiani. Quel “fatalismo” che è sempre stato così radicato in una certa forma mentis del napoletano va superato con la convinzione che si può fare e che nessuno deve e viene lasciato solo. Va costruito un contesto dinamico. È una questione anche culturale oltre che economico e sociale. Non è un lavoro facile, ci vogliono scelte politiche specifiche, ma possiamo farlo con l’impegno di tutti, il giusto confronto e scontro politico e con una visione che vada al di là di ogni barricata ideologica e la collaborazione istituzionale con l’Europa, il Governo e la Regione».
5)La partecipazione è un elemento di valore e dovrebbe riguardare la politica, ma anche e soprattutto l’ambito sociale e culturale, ma troppo spesso evoca scenari senza sporcarsi le mani. Napoli ha bisogno di un orizzonte ma anche di certezze amministrative e comportamentali. Al futuro ci si arriva con atti concreti, costanti e duraturi. Da dove si comincia per allargare la base democratica in città? 
«Anche qui non siamo davanti a una sfida non facile. L’ultimo sindaco, a prescindere da quale giudizio si voglia dare a Luigi de Magistris, è stato eletto con la maggioranza relativa di circa il 36% degli elettori. Il dato per le elezioni regionali è stato leggermente migliore, ma non c’è dubbio che siamo davanti a un problema, quello dell’astensionismo, che nel nostro paese è sempre più diffuso e in maniera molto grave nel Mezzogiorno e a Napoli. Che fare dunque? Penso che la politica abbia finora ragionato applicando all’elettorato una serie di parametri e di schemi predefiniti e che sono oggi obsoleti e divisivi. Ogni volta che ci rivolgiamo a una categoria specifica, facciamo un qualche tipo di separazione. È particolarmente diffuso sui giornali e sui mass media in questi giorni il tema che riguarda il mancato coinvolgimento dei giovani alla vita politica della città. Parlo in termini di classe dirigente. Non ci sono dubbi che questo sia un grande tema e non ci sono dubbi che il rilancio di Napoli e del Mezzogiorno, quindi dell’intero paese, passi anche da una nuova classe dirigente. Ci vogliono idee nuove. Napoli è di fatto ferma a vent’anni fa, mi riferisco alla Napoli di Antonio Bassolino, ma per guardare al futuro, bisogna sapere andare avanti anche rispetto a quel momento che ha segnato in maniera indelebile e così importante la storia di questa città. Non voglio allora parlare solo di giovani, anche se è ovvio che con i piedi ben saldi nel presente, è al futuro che volgiamo il nostro sguardo e cui è dedicata una nuova visione. Ma “giovani” significa anche categorie più deboli, significa genitori che magari hanno una posizione lavorativa precaria o che hanno perso il lavoro; persone che devono essere inserite o reinserite nel mondo del lavoro. Qui la politica può e deve essere determinante: è chiaro che la pandemia è subentrata ed è stata ed è così poco vulnerabile proprio perché si è “attaccata” in un contesto già di per sé malato e deficitario. Questa ha attecchito in tutto il mondo e non solo a Napoli e nel Mezzogiorno. Sono fondamentali delle scelte politiche a livello nazionale, ma una buona amministrazione e la politica locale hanno un ruolo fondamentale. A partire dal piano della comunicazione: il rispetto delle regole è fondamentale. Ma serve anche il buon senso. Possiamo ripartire e mettere in piedi un nuovo tipo di discorso. Resto convinto che la democrazia rappresentativa sia il migliore dei sistemi possibili e penso che il fatto che i cittadini possano scegliere direttamente chi sarà il sindaco della propria città, sia un fatto significativo e importante. Ma l’amministrazione De Magistris insegna, in quanto non è avvenuto, che servono: più competenze, collaborazione con le istituzioni e all’interno delle istituzioni, e che per amministrare occorre avere delle idee chiare e che il sindaco, chiunque esso sia, abbia bisogno di un consenso ampio da parte della cittadinanza e di una squadra forte che lo sostenga a prescindere dai momenti di più o meno grande difficoltà. Anzi aggiungo si devono coinvolgere i cittadini in forme nuove di coprogettazione e co-programmazione grazie anche alle nuove tecnologie che rendono semplici molti aspetti pratici. Sono tante le sofferenze nella nostra città, acuite da questa terribile pandemia come risulta dai dati in tutte le grandi città soprattutto quella strettamente legata alla salute mentale e alla sfera più intima di mal di vivere e della solitudine; una delle conseguenze di queste, sono i tanti “senza dimora” abbandonati a loro stessi, nonostante gli sforzi di tante associazioni di volontariato, che solo una spinta istituzionale non assistenzialistica può affrontare con maggiori possibilità di inclusione sociale. Su quest’ultimo concetto, l’inclusione sociale, bisogna dedicarsi completamente con passione civile, avere cura dell’anima della nostra città, il benessere degli altri insomma della propria comunità e quindi di impattare positivamente sulla vita sociale di tutti quanti noi. Possiamo farcela, si può fare e soprattutto ce la possiamo fare tutti insieme».
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