5 domande per Napoli” “5 domande per Napoli”“, Proseguiamo con la nostra rubrica di approfondimento politico. Obiettivo: determinare un quadro di idee, analisi, contributi, dubbi, proposte, di autorevoli commentatori in uno spirito di coraggio, umiltà e compartecipazione, a servizio della città a venire. Ne parliamo con Rosa Chiapparelli (foto), presidente dell’associazione “Social Skills”, che ha lo scopo di promuovere e valorizzare le competenze sociali.

Qui sopra, Piazza del Plebiscito a Napoli


Napoli è tra più fuochi: un avamposto contro l’autonomia differenziata avanzata dalle Regioni del Nord, una città alla ricerca di un’identità perduta tra le tante “anime” del Mezzogiorno ed un capoluogo che non accetta fino in fondo la sfida nell’ambito dei paesi del Mediterraneo. Avere un’idea di città significa avere un’idea di futuro. Quale la tua?
«Indubbiamente per rigenerare una città prima bisogna avere un’idea della stessa. L’esperienza maturata dall’Associazione che rappresento mi porta immediatamente a dire che per Napoli bisogna riannodare i fili di una città che ha dimostrato avere un’anima civica. Si deve necessariamente progettare una visione del territorio, a partire dalla memoria e dalla conoscenza, con in più un’ampia dose di coraggio. Il ruolo della comunità territoriale nella Napoli del futuro è fondamentale, ovvero io penso che ogni trasformazione debba dare spazio ad un’idea collettiva di città. Quindi più società civile e meno ingerenza dello Stato».
L’esigenza di una piattaforma programmatica propositiva, di medio-lungo periodo, non necessariamente in contrapposizione alle città del Nord, è più che una necessità per Napoli e per il Sud. Questa scelta impone un dialogo pressante con i Governi, qualsiasi essi siano, per un capoluogo che conti e non solo racconti. Il dialogo istituzionale è positivo sempre e comunque oppure deve passare prima per una rottura traumatica, viste le tante “sottrazioni” a cui gli esecutivi nazionali ci hanno tristemente abituati?
«A tal proposito penso a due cose per la nostra città: nella condizione in cui ci troviamo diventa necessario un dialogo istituzionale affinché Napoli rivendichi il suo ruolo di città principale, di capoluogo metropolitano, capace di esprimere pluralità di linguaggi e meticciato sociale; nessuna contrapposizione con il Nord, ma solo rispetto e trasparenza delle azioni pubbliche tra i due territori, questo sì».
Le categorie sociali ed economiche di Napoli molto spesso disegnano “separatamente” il destino dei cittadini, ognuno con la presunzione della conoscenza che diventa verità assoluta e non riproducibile da tutti gli altri. Il dialogo, la sintesi, una comunità di interessi, tra i soggetti sociali della nostra città sono possibili o ci dobbiamo rassegnare per sempre?
«Dialogo e sintesi sono non solo possibili ma anche urgenti e necessari. Napoli deve entrare a pieno titolo nell’agenda del Governo. Mentre i soggetti sociali di questa città debbono provare ad esprimere comunanza di interesse generale, ovvero progettare uno sforzo collettivo capace di produrre virtuosismi e capacità di analisi».
Dopo il Covid 19 è cambiato il mondo e le città non potranno restare a guardare. Secondo te, Napoli in quale miglior modo può reagire, quale terreno deve principalmente recuperare per non “perdersi” definitivamente?
«Il mondo dell’associazionismo, del volontariato e dell’impresa sociale a Napoli rappresentano una componente importante, quindi l’innovazione sociale deve provare a fare un salto di qualità. Il terzo settore da anni dimostra essere una componente attiva e talvolta ha sopperito a mancanze pubbliche, per senso di responsabilità ed etica comportamentale. Si può partire da qui per cambiare direzione di marcia».
La partecipazione è un elemento di valore e dovrebbe riguardare la politica, ma anche e soprattutto l’ambito sociale e culturale, ma troppo spesso evoca scenari senza sporcarsi le mani. Napoli ha bisogno di un orizzonte ma anche di certezze amministrative e comportamentali. Al futuro ci si arriva con atti concreti, costanti e duraturi. Da dove si comincia per allargare la base democratica in città?   
«La Fondazione Giacomo Feltrinelli traccia, a mio avviso, i confini dell’agire partecipativo. Trovo la definizione che segue di importanza strategica. La riporto perché è tra i pensieri più completi del concetto di partecipazione. “Democrazia Partecipativa e Democrazia Deliberativa non sono forme alternative alla democrazia rappresentativa; piuttosto, sono modelli o idee che possono indicare alcune caratteristiche e segnare la maggiore o minore qualità della stessa democrazia rappresentativa. Viviamo comunque nell’orizzonte della democrazia rappresentativa, ma è evidente che ci sono, e possono esserci, modi diversi di concepirla e praticarla. A un estremo, troviamo una visione “minimalista”, impoverita e scheletrica, del circuito rappresentativo: una democrazia intesa come mera procedura di selezione elettorale delle élites chiamate a governare; o, al limite, una visione apertamente plebiscitaria, per la quale conta solo l’autorizzazione al comando affidata ad un leader. Al polo opposto, possiamo concepire una democrazia rappresentativa che, per così dire, rispetta al meglio le sue stesse premesse normative: una democrazia, cioè, in cui le procedure istituzionali che conducono a una decisione siano fondate su un ricco tessuto di partecipazione civica e di deliberazione pubblica; e in cui il carattere indiretto e mediato delle relazioni tra opinione e volontà politica non sia visto come un limite o un difetto, ma piuttosto come un suo elemento costitutivo”».
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