Perché in pieno Coronavirus il Ministero della Salute (direzione generale della prevenzione sanitaria) invitava caldamente a non procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati di Covid– 19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio?
Più avanti la stessa missiva detta norme per il potenziamento e l’ottimizzazione, in fase emergenziale, della rete di crematori sul territorio nazionale.
Senza allontanarsi molto da un vecchio vocabolario cartaceo si capisce che l’autopsia serve ad appurare le cause della morte e la specificità connotativa della malattia, eseguita con metodiche dissezioni che consentono l’esame dei singoli organi.
Perché dissuadere dall’appurare? Perché spingere verso la cremazione?
La stessa direzione del Ministero ammette che con il decesso cessano le funzioni vitali, pertanto, il paziente deceduto, a respirazione e motilità cessate, non contagia. Tutto ciò è dimostrato dal fatto che le misure contenitive necessarie e adottate siano state le mascherine e la distanza fisica, ciò a dimostrazione che il contagio avveniva (e avviene) massimamente attraverso il contatto e l’emissione di secrezioni respiratorie e salivari in forma di goccioline (tosse, starnuto).
Era il 2 maggio 2020 e si spingeva a non chiarire, a incenerire, a fare presto, quasi a nascondere quello che accadeva in quei giorni drammatici. Non fermarsi, non riflettere, non indagare, correre, alzare barriere tra i malati e i propri cari.
Uno Stato scientificamente solido, con un sistema sanitario efficace, che non massacra e precarizza gran parte dei suoi ricercatori, avrebbe dovuto introdurre meccanismi trasparenti, preoccuparsi di diramare circolari operative larghe, comprensibili, tanto da indirizzare l’opinione pubblica a tutt’altri convincimenti e comportamenti.
La storia successiva, quella dei giorni nostri, non ha fatto altro che confermare i tanti punti oscuri di questo documento, ovvero è emersa tutta l’approssimazione con la quale i governanti, per una larga parte, hanno navigato a vista, tra le onde di un mare sì in tempesta, ma pur sempre affrontabile.
Quell’unico “calderone” d’insieme di conteggio giornaliero dei morti, la chiusura dell’Italia intera sotto la pressione delle Regioni del Nord, gli anziani mandati a morire nelle Rsa, le ruberie sotto l’egida dell’emergenza, i reparti Covid nuovi (disusati) costruiti a discapito delle strutture ospedaliere prima chiuse, le spinte verso il vaccino che non arriva, le comparsate televisive di virologi ed epidemiologi finalizzate a indirizzare verità per soddisfare un gigantesco conflitto di interesse, completano un quadro da paese  terzomondista (con tutto il rispetto).    
Mentre Bill Gates, il filantropo tra gli uomini più ricchi al mondo, si interroga sulla necessità di distribuire medicine e vaccino a chi ne ha più bisogno, immaginando una distribuzione “democratica” dell’antidoto e non al miglior offerente o solo a chi se lo può permettere, le Rsa del bergamasco si rifiutano di indicare un referente Covid nelle strutture per gli anziani. Il “ricco” guarda ai poveri e il privato solo a se stesso. 
E l’ultimo prezzo da pagare sarà quello di sottrarre quanto spettava economicamente al Sud e spostarlo verso la “locomotiva” del Nord.
Quel presunto treno veloce che ha massacrato più di ogni altra parte del territorio la sanità pubblica, la medicina territoriale e preventiva, che ha “nascosto” gli anziani, che fino a un minuto prima del Covid reclamava (e reclama) autonomia principalmente nelle materie della sanità e dell’istruzione. Proprio sul terreno in cui ha fallito, in quei territori issati a modello europeo, contro gli “inferiori” e i piagnistei.
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In alto, corsia di ospedale. Foto di Foto di Silas Camargo Silão da Pixabaydi  

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