Masaniello, in scena dal 19 ottobre al 4 novembre 2018, è prodotto dal Teatro Sannazaro che ha ricevuto dal Ministero dei beni e attività culturali la qualifica di centro di produzione teatrale. Scelta audace, che si confronta con un altro Masaniello entrato nella memoria storica del teatro di tutti i tempi, il Masaniello di Piazza Mercato del 1974.
E’infatti nel segno dello spettacolo di Armando Pugliese, Elio Porta e Antonio Sinagra che l’accorta regia di Lara Sansone rivoluziona gli spazi scenici abbattendo la quarta parete tra la finzione della scena e la realtà del pubblico, spesso messa sotto processo da autori quali Bertolt Brecht che la elimina nella sue opere e  Pirandello, del quale basti basti pensare ai Sei personaggi.
Ed eccoci ieri sera in quanto l’audace e rivoluzionario allestimento lasciava per il pubblico della platea del Sannazaro, il glorioso teatro fatto per la prosa alta dove recitò la Duse e dove andò in scena Na santarella scarpettiana aprendo la via alla linea programmatica di Luisa Conte.
Eccoci di fronte due mondi antitetici per definizione, ma costretti  a un continuo confronto dove la diffidenza reciproca è supportata nell’uno dalla paura, dall’avidità e dalla sete di potere, nell’altro dalla audacia di chi non ha più niente da temere, perché non ha più niente da perdere.
Nella platea i due mondi occupano i loro spazi logistici e ideologici: il fasto orgogliosamente ostentato dei vicerè e il brulichio di un popolo ribelle che, all’occasione giusta, rompe finalmente i limiti della sottomissione mai rassegnata.  Siamo nel 1647, il secolo ha già subito la sua prima cesura nel 1631 con l’eruzione del Vesuvio e tra  meno di un decennio ne subirà la terza, la peste, che dimezzerà la popolazione. Non ne sfuggiranno  grandi pittori e architetti di Napoli o che vivono a Napoli in quel tempo e che hanno collaborato a fare del Seicento di Napoli  il secolo d’oro.
L’arte, la poesia, le favole, la filosofia vanno infatti da Napoli diffondendosi verso l’ Europa, pur nella tragica differenza socioeconomica tra la vita del popolo, quello della nobiltà e quella dei dominatori.
Il vicereame dura due secoli. I diversi viceré, che governano nel nome dei re di Spagna, per lasciare il segno nella città che si sentono propria fanno edificare opere d’arte e mirabili architetture alle quali il popolo prende parte. Operai, artigiani, apprendisti di un mestiere che si trasformerà in arte i popolani di Napoli partecipano alla vita della nobiltà e della Corte anche nella comune tendenza alla teatralizzazione della vita che si evidenzia nell’Effimero del Re, la sontuosa messa in scena di opere d’arte di carta di artisti quali Sanfelice in una festa che si concluderà all’alba con l’incendio dell’Effimero dinanzi alla Corte, alla nobiltà e al popolo festante.
Non c’è quindi da meravigliarsi che durante la rivolta capitanata da Masaniello il popolo invocasse il privilegio di Carlo V, l’imperatore che nel nome della cultura e della musica della città sceglie per festeggiare il suo trionfo di Tunisi Napoli, dove viene accolto con i simboli del Sebeto e della Sirena: la Napoli nobilissima alla quale concede, tra i privilegi, quello dell’esenzione dalle gabelle e dal Tribunale dell’inquisizione spagnola.
Era stato proprio contro il tentativo di un viceré in tal senso che, giusto un secolo prima della rivolta di Masaniello, nel 1547 il popolo lacero, male armato e solo in Europa, si sollevò per tenere lontano l’obbrobrio della Inquisizione spagnola.
Sarà lo stesso popolo, male armato e solo in Italia che si rivolterà, tre secoli dopo, contro l’obbrobrio della deportazione nazista riuscendo a liberare la città: e in entrambi i casi la spinta parte da un bisogno di riscatto in cerca di una di una liberà spirituale che va oltre il bisogno di migliorare le condizioni materiali di vita, per quanto dure esse siano.
Questi saltuari sussulti del popolo di Napoli andrebbero indagati in sedi diverse e con diversi intenti. Qui, per restare nel tema, torniamo alla Piazza del Mercato dove Masaniello per la sua sete di giustizia e di libertà, e non solo per i carlini da pagare come dazio, offrì, e perse la vita e dove, circa un secolo dopo, nel 1799,  perderanno la vita i rappresentanti della cultura e della aristocrazia napoletana, nel vano tentativo di migliorare le sorti di quello stesso popolo che non ne comprese i motivi.
Se Masaniello vive solo qualche giorno il suo apparente trionfo e il governo della Repubblica del 1799 solo pochi mesi, e se in  quattro giorni la disperata rivolta di tutto il popolo di Napoli, senza differenze di cultura o di classe, riesce in un’ impresa apparentemente impossibile, pur nella loro breve durata questi eventi si proiettano all’infinito nel futuro.
Non appartengono all’effimero, ma sono incisi nella storia quali emblemi della dignità che deve appartenere a quell’insieme di individui detto popolo, parte costitutiva e fondamentale di uno Stato che possa venir riconosciuto come tale.  Napoli, nei momenti cruciali della sua lunga storia, ha saputo esprimere nel suo popolo tutto ciò al di là dei pericoli e delle sconfitte e il corale Masaniello al quale abbiamo assistito ce lo conferma vividamente dopo tre secoli.
Tutti quanti hanno preso parte allo spettacolo e al suo allestimento sono da citare per bravura, proprietà dei tempi scenici,  duttilità agli spazi teatrali del tutto ribaltati e capacità interpretativa. Quanto al Viceré,  Leopoldo Mastelloni, basta vederlo  e il Teatro ci si palesa dinanzi nel suo senso più pieno, in tutta la sua capacità di compiere miracoli.
Ingrid e Lara Sansone sono le belle avversarie, la fastosa viceregina che usa il linguaggio con arguzia, acume e la giusta dose d’ironia, Bernardina, che usa con sapida proprietà di toni e di accenti la sensosa lingua napoletana del Seicento: entrambe perfettamente calate nei loro non facili personaggi dentro ognuno dei quali si celano i mondi personali delle due donne dalla vita abissalmente diversa nell’apparenza, ma che hanno in comune nel cuore un grumo costante di paura e di terribili presagi che si avvereranno, tragicamente, solo per una di esse. Un brava a Lara per la regia, sempre più matura ed essenziale.
In scena: Carmine Recano, Lara Sansone, Corrado Ardone, Salvatore Striano, Mario Aterrano, Mario Andrisani, Pietro Juliano, Gino De Luca, Pino Lamberti, Gino Curcione, Ivano Schiavi, Antonello Cossia, Rosario Giglio, Giosiano Felago, Leopoldo Mastelloni, Nunzia Schiavone, Tina Scatola, Ingrid Sansone, Franco Castiglia, Massimo Peluso, Annamaria Colasanto, Christopher Vanorio, Claudia Liucci,Greta Gallo, Gabriel Vanorio (foto).